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Giù le mani dal Che!

19/02/2001

 

In un momento come questo in cui la sedicente sinistra italiana in Parlamento si affanna a rinnegare le proprie radici storiche in nome di un indefinibile “nuovismo”, non sorprende che la destra si possa appropriare dei simboli di una storia tanto bistrattata. Per questo motivo desta frustrazione e un moto di fastidio l'iniziativa dei giovani leghisti liguri che, in questi giorni, pensano bene di uscirsene con un manifesto sul quale campeggia ben evidente Che Guevara sotto lo slogan “A Genova la rivoluzione ha cambiato colore”.

 Al fastidio, però, fa seguito l’immediata percezione della pochezza culturale e intellettuale di questi politici padani in erba, i quali disinvoltamente credono, forse, di poter sorprendere sprovveduti cittadini e dimostrano, in tal modo, il disprezzo per le capacità critiche dell’elettorato italiano, anche del proprio.  Certo, la maldestra iniziativa vorrebbe attaccare una giunta comunale che noi comunisti non amiamo e rispetto alla quale teniamo a porci come alternativi, ma a tutto c’è un limite.

 Com’è possibile far proprio un simbolo, il Che, che ha fatto della sua vita e della sua morte il manifesto della lotta contro l’arroganza fascista, razzista e xenofoba propria di forze politiche come la Lega?

 Com’è possibile che i giovani padani non sappiano che il Che Guevara ha combattuto proprio per l’emancipazione del sud del mondo, ha lottato contro la prepotenza di un nord arrogante e ricco, incurante dei diritti umani e criminale nei confronti dei migranti?

Com’è possibile, poi, che costoro siano così intellettualmente appiattiti da non comprendere che un manifesto politico di quel tipo non potrà mai abbindolare cittadini un minimo pensanti?

 Si studino, questi leghisti, la vita del Che, le sue imprese in Africa, a favore di quei neri che questi padani disprezzano, in difesa di quei sudamericani che questi piccoli razzisti sopportano a fatica.

 Dopo aver studiato, forse, comprenderanno l’errore commesso e l’enorme portata della loro inconsapevolezza: con un po’ di fortuna potrebbero ravvedersi e, magari, pensare di abbandonare idee tanto contrarie a quel simbolo, il Che, che impunemente mostrano sui loro manifesti, sporcandolo.

 Se il Che fosse qui, avrebbe qualcosa da dire: in sua vece parliamo noi, razza comunista e partigiana, geneticamente antifascista e antirazzista, a difesa di un simbolo che è stato, è e sarà sempre presente sulle bandiere rosse. Altro che verdi.

 A questi giovani diciamo che siamo disponibili a un pubblico confronto sul Che: non sia mai che riescano a capire.

 

Marco Traverso

Segretario provinciale

Andrea Viola

Responsabile dell’organizzazione Comunisti – Sinistra popolare

La sinistra schizofrenica

14 gennaio 2011

Appare ogni giorno più evidente quanto la forza politica, che qualcuno continua impropriamente a definire di sinistra, sia ormai inesistente nel nostro Paese. Le recenti vicende della Fiat ne sono un’ulteriore prova: i pezzi da novanta del Partito Democratico, lamentando finti mal di pancia e accampando scuse puerili, si sono affrettati a dichiarare la loro adesione alla politica aziendale messa in campo da Marchionne e dal padronato.

I motivi sono vari e spaziano dalla convenienza (di Piero Fassino), alla riconoscenza (del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino), alla faccia tosta di chi, apertamente e senza pudore, si schiera con il padronato.

Questi comportamenti scandalosi, che richiamano alla memoria l’Italia dei faccendieri modello “prima Repubblica”, non fanno che avvalorare quanto noi, Comunisti di Sinistra Popolare affermiamo da tempo: il PD non è un partito di sinistra, bensì un partito (??) che per poter governare – dall’ente statale alla comunità montana - deve sostenere i poteri forti. Ricordiamo, un esempio tra tanti, i finanziamenti che il Comune di Roma ha girato al clero attraverso i sindaci Francesco Rutelli e Walter Veltroni.

In questo contesto stupiscono le posizioni di alcuni partiti (vedi Sinistra Ecologia e Libertà) che, apertamente schierati con la Fiom, continuano tuttavia a mantenere l’alleanza con il PD, con l’UDC e con l’Italia dei Valori. Non solo. In mezzo a questo scontro - che definire di civiltà è riduttivo, dato che ci sono di mezzo i diritti (negati) dei lavoratori – dichiarano tranquillamente che nel 2012 sosterranno la candidatura a sindaco di Marta Vincenzi. A meno che (nota bene) non si vada alle primarie; in tal caso c’è già un candidato di SEL, Nichi Vendola ovviamente, bello e pronto per la competizione elettorale. Se questa è serietà…. Con quale speranza di cambiamento si possono stringere alleanze con chi, in una battaglia sui diritti dei lavoratori, la pensa come Berlusconi?

E quando tutto ciò che la Fiat sta ora subendo verrà esteso agli altri lavoratori, chi potrà opporsi? Forse i 20/30 parlamentari eletti in Sinistra Ecologia e Libertà o nella Federazione della Sinistra?

Il passato insegna che questo non è stato possibile nemmeno quando i parlamentari erano 150…. Senza contare che neppure all’interno delle giunte comunali ci si oppone alla privatizzazione di alcuni servizi pubblici. Ne sa qualcosa il Comune di Genova, prima municipalità in Italia a vendere le quote delle aziende.

Comunisti Sinistra Popolare non ci sta. Per questo invitiamo tutte le forze politiche, che ancora hanno una coscienza, a costituire insieme a noi un fronte unico. Non ci interessa la leadership, vogliamo solo che qualcuno torni a parlare con e tra la gente. Vogliamo che si difendano i più deboli dall’arroganza di chi, nonostante si sia arricchito negli ultimi vent’anni, continua ad affamare i poveri e dalla disonestà di chi, in questa battaglia dei diritti, ha lasciato la Fiom a combattere da sola per la difesa della democrazia.

 Il segretario regionale CSP       Roberto Delogu

Conclusioni di Marco Rizzo al Congresso Nazionale di Comunisti Sinistra Popolare

Vogliamo ricominciare con il protagonismo della politica, partiamo con un soggetto nuovo che non è l’ennesimo partito: noi non siamo ancora il nuovo Partito Comunista, ne’ possiamo dire che saremo la parte fondamentale del futuro Partito Comunista. Noi abbiamo un progetto, vogliamo mettere a disposizione un percorso, vogliamo dare una mano solida per costruire.

E lo facciamo partendo dalla critica a questa politica. Abbiamo voluto usare uno slogan che potrebbe valere per tutti: dire e fare. Purtroppo anche a sinistra, in questi anni, sono state dette delle cose e ne sono state fatte delle altre. Partiamo criticando la politica, la critichiamo per come è stata fatta fino adesso. Dire e fare. Vorremmo essere riconosciuti per questo: facciamo quello che diciamo.

E vogliamo anche evitare la banalizzazione della politica. Oggi la politica conta poco, contano molto di più i poteri forti: la grande finanza, le banche, Confindustria, i poteri internazionali. Oggi la politica non esiste, anzi viene spesso banalizzata anche a sinistra. E’ una vergogna il finto dibattito sulle canzoni O bella ciao e Giovinezza al Festival di Sanremo. Non ci interessano queste cose, così come non ci interessano le escort del presidente Berlusconi. Ci interessano i fatti concreti, e oggi la politica è ridotta a questo livello perché volutamente in questi anni è stata messa da parte e si è resa disponibile a farlo, perché ha cominciato ad acquisire privilegi che prima non aveva.

E’ chiaro il messaggio che è stato accettato : voi ci fate giocare alla politica, ci date dei privilegi - per noi che facciamo la politica di mestiere - e noi non disturbiamo il manovratore. Questo è accaduto in questi anni, è accaduto - e lo vedete - anche nell’esemplificazione della politica, data dall’immagine televisiva. Quando mai 20-30 anni fa in televisione sarebbero andati i direttori dei giornali e non i ministri? Riflettete. Sono più importanti i direttori dei giornali dei politici.

 

Noi abbiamo l’esigenza di raccontare una storia diversa: siamo comunisti vogliamo ricostruire il Partito Comunista. Lo diciamo sommessamente perché su questo nome negli ultimi anni sono state fatte cose non proprio positive,. Non so quando riusciremo a farlo, ma vogliamo andare in questa direzione. Lo sappiano gli amici, gli avversari, e anche gli alleati: noi vogliamo ricostruire il partito comunista, con calma ma con grande determinazione.

Qualcuno può dirci: cosa è successo nei paesi dove hanno sperimentato il comunismo? Ma i tempi della storia non sono i tempi della politica, non sono i tempi della nostra vita. L’uomo ha un milione di anni di vita e gli esperimenti della classi subalterne per cercare un’emancipazione sono stati tanti nei secoli, a partire da Spartaco passando per gli anabattisti di Thomas Muntzer, per arrivare alla Comune di Parigi fino ad un caso strano: il 7 novembre (oggi) del 1917 c’è stata la rivoluzione nel luogo meno aspettato e lì le classi subalterne si sono trovate a gestire il potere. Pensate un po’, dovessimo farlo noi oggi, chissà che pasticci, chissà quali casini combineremmo.

 

Oggi noi viviamo in un contesto, penso ai diritti individuali, che hanno una data. I diritti individuali civili sono figli della Rivoluzione Francese e sono ormai patrimonio generale, pur nelle difficoltà di attuazione.

E i diritti sociali e del lavoro, invece, sono figli della Rivoluzione Sovietica. E sono, pensate, diritti che vengono riconosciuti anche da chi si professa non comunista. Nessuno può più dire che ci deve essere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Possono manipolare, possono cancellare, possono cercare di obnubilare, possono mettere della naftalina sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che esiste e si accentua. Ma le conquiste della Rivoluzione Sovietica caratterizzano positivamente ancora oggi il mondo, questa è la verità! E allora dobbiamo capire che le nostre ragioni sono ancora fortissime.

Il capitalismo vive oggi una crisi strutturale, hanno cercato di far capire che la crisi finanziaria è dovuta a qualche mascalzoncello. Non è così, è il sistema che è strutturato così. Quali valori ha il sistema capitalistico? Quelli dell’impresa? Si poteva ancora parlare della responsabilità sociale dell’impresa ai tempi di un isolato Adriano Olivetti, negli anni 60. Oggi non è più così. Da molto tempo ormai l’impresa, ma anche la vita quotidiana di ognuno di noi, è finalizzata a fare il denaro. E tutti vi fregano, lo sapete. Vi fregano nel lavoro e nella ricerca del lavoro, vi truffano nei servizi quelli dei telefonini, quelli del gas, dell’energia, vi fregano tutti; vi fregano, ahimè, anche nei rapporti individuali, vi fregano anche e spesso i conoscenti e gli amici. Non è diventata così la società?

 

E allora questa società ha tentato di nascondere una crisi strutturale che esiste; hanno provato in tutti i modi, hanno dato decine di migliaia di dollari alle banche americane che sono la causa del disastro. E’ divertente: hanno usato una forma di “socialismo per i ricchi” perché hanno rifinanziato proprio le banche che hanno provocato il buco.

Nel mondo oggi si affacciano problemi epocali, che erano scarsamente prevedibili. Ci sono intere zone del pianeta che si stanno desertificando. Il tema dell’acqua sta ponendo una riflessione generale. L’immigrazione sta divenendo un grave problema planetario…

Le risorse del pianeta stanno finendo, se continuiamo a consumare a questi livelli, finiranno in brevissimo tempo. Facciamo solo un esempio, che non viene da una nostra analisi ma da riviste tecnico- scientifiche del capitalismo attuale: ci spiegano che, se tutti gli abitanti del mondo consumassero come gli abitanti degli Stati Uniti, noi oggi avremmo bisogno delle risorse di altri cinque pianeti. Ma altre cinque Terre non esistono e non le scopriranno, e quindi è chiaro che il modello di sviluppo di questa società deve cambiare per forza. E allora pensiamo - e siamo sempre nel solco del perché essere comunisti, poi possiamo chiamarci anche Pippo, non è il problema di un feticcio - che la necessità del cambiamento radicale di questa società esiste.

Il mondo che ci circonda, i prodotti che ci circondano: non diminuisce il tempo per produrli? Non aumenta la loro qualità? Aumenta la qualità della medicina, delle scoperte tecnico-scientifiche, della comunicazione. E come mai, se tutto ciò è vero, stiamo tutti peggio?

Parlo del nostro Paese, non solo dei poveri del Terzo Mondo. Come mai, se i tempi per costruire un’automobile sono diventati dieci volte meno rispetto al passato, oggi gli operai della Fiat, di Pomigliano, sono sfruttato ancora di più? Come mai? Perché c’è una concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone. Questo è il capitalismo attuale, ma è anche la causa della sua crisi. Certamente sono ancora forti, sono fortissimi, perché hanno una grande capacità manipolativa. Tentano di far vedere che le cose capitano quasi per neutralità. Sembra ci sia un meccanismo normale, per cui gli avvenimenti accadono per l’ordine naturale delle cose. Hanno anche cambiato l’uso delle parole. Anni fa, quando si cacciava qualcuno da un’azienda, si era di fronte ad un licenziamento, oggi si chiama flessibilità in uscita; anni fa quando iniziava un conflitto armato , quella era guerra, oggi è peace keeping; gli avversari di classe erano i padroni, oggi sono la parte datoriale e via di seguito. Vi hanno depredato anche dell’uso delle parole. E’ terribile, sono bravissimi da questo punto di vista.

 

Queste sono le ragioni fondamentali per essere comunisti, poi potremmo anche banalizzare... Potremmo dire che siamo comunisti perché c’è un signor banchiere che ,dopo aver fatto la coda ai gazebo del Pd (si chiama Profumo), quando ha preso la liquidazione si è trovato in mano 40 milioni di euro, cioè 2.000 volte quello che prenderà il compagno Armando, l’ operaio della Fincantieri che è intervenuto prima (ammesso che continui ad avere un lavoro) alla fine della sua vita lavorativa. Quanto sarà più bravo questo Profumo del nostro operaio della Fincantieri? Quanta creatività, intelligenza, sapere avrà per meritarsi 2.000 volte tanto? No, io credo che sia sbagliato, e profondamente ingiusto. Per questo siamo comunisti, perchè siamo contro le ingiustizie, vogliamo una trasformazione socialista della società, poi non sapremo come sarà quel socialismo.

 

Non siamo così stupidi da pensare che il comunismo, il socialismo lo vogliamo fare noi da soli. Sarebbe un disastro, visti anche i nostri numeri…. Noi il comunismo lo vorremmo fare anche con i non comunisti. Vorremmo convincerli, uno per uno. Pensiamo che la politica debba essere anche passione per la vita, la politica deve diventare la passione della nostra vita. E lo diciamo pensando alle nuove generazioni che sono oggi afflitte da tanti mali, da tanti cattivi esempi, a partire dal precariato, una malattia che prima non esisteva.

Io ormai ho 50 anni, quando ero ragazzo andavo alla chiamata del collocamento dove i padroni, le imprese potevano scegliere se e quante persone assumere, ma non ti sceglievano come al mercato della precarietà, non potevano permettersi di selezionarti e sfruttarti a loro uso e consumo. In un certo senso l’ufficio pubblico di collocamento assumeva una funzione “democratica”. Oggi non è più così, e non è vero che c’è il merito; dalle scuole medie in avanti mettono i ragazzi in competizione, uno contro l’altro. Non ci sarà spazio per tutti. Neanche per i più bravi perchè passeranno avanti a loro…quelli raccomandati. L’idea del merito sembra giusta, ma il merito andrebbe valutato sulla base di quello che uno ha avuto, del punto di partenza. Perché chi sta in una casa dove il livello culturale, economico, sociale è basso, è più difficile che possa riuscire in questa società, che possa avere una finestra di mobilità sociale.

 

La manipolazione avviene dappertutto, anche quando si parla dl debito pubblico. Vi fanno sentire debitori, vi attribuiscono di una responsabilità che semmai è dei governi “mangioni” della prima Repubblica, ma l’esplosione del debito pubblico non dipende affatto dalla spesa sociale. Molti paesi europei prima della crisi avevano bilanci in ordine e bassi debiti pubblici.

Quando la politica e la società scendono così in basso, la sinistra non c’è più e non ci sono più neanche i comunisti, tanto più quando si comportano come si è fatto fino adesso. Si è detto che si è per il lavoro, sono state fatte le manifestazioni per il lavoro e in Parlamento, fino a tre anni fa, sono state votate le peggiori cose, anche dai comunisti, sul welfare, sulle pensioni, sullo stato sociale. Non si può dire che si è contro la guerra e fare le conseguenti manifestazioni, e poi ogni sei mesi votare le missioni militari in Afghanistan. Purtroppo è tutto chiaro: la politica di mestiere ha vinto su tutto. La differenza deve essere tra chi vive per la politica e chi invece vuole fare la politica per vivere. Non è uno slogan. Ripetiamolo: noi vogliamo vivere per fare la politica, c’è gente che fa la politica per vivere, per guadagnare, per mestiere. Con noi non è così, non sarà più così. Tutto è sempre finalizzato alle elezioni, ad avere dei posti. Se qualcuno viene con noi per quello, cambi strada, cambi indirizzo. Noi crediamo che le lezioni debbano essere una verifica del lavoro svolto: hai lavorato bene? Prendi i voti. Hai lavorato male? Non li prendi.

Sappiamo che le leggi elettorali sono fatte apposta per impedire di cambiare il quadro politico esistente. Noi siamo per un sistema proporzionale: una testa, un voto. Tutti dicono che vogliono cambiare la legge elettorale per gli interessi della nazione. In realtà non c’è nessuno interessato agli interessi della nazione, ma è solo attento agli interessi del proprio partito, o meglio ad una monarchia o , al massimo, una oligarchia di partito. Oggi tutti i segretari di tutti partiti non vogliono cambiare la legge elettorale. Dicono che vogliono cambiare, ma nei corridoi di Montecitorio quando parlano a tu per tu, si danno una gomitata. Il leader di un partito sceglie tutti i deputati: quando mai Berlusconi, ma anche i vari Casini, i vari Bersani cambieranno la legge elettorale? Possono scegliere tutti i loro deputati!

Il mondo può cambiare, in America Centrale e Latina le cose cambiano velocemente, il socialismo del 21esimo secolo sta diventando una prospettiva di cui tenere conto. Certo non ci fosse stata la caparbietà di Fidel e della Rivoluzione Cubana oggi non ci sarebbe Chavez in Venezuela, Correa in Equador, Mujica in Uruguay, Morales in Bolivia e , per certi versi neanche Lula, Bachelet e Kirchner.

Certo la lotta contro il neo-colonialismo americano non può offuscare la consapevolezza che anche l’Europa sta sviluppando un imperialismo diverso, ma certo non meno pericoloso.

La nostra lotta contro la globalizzazione capitalistica deve concentrare la nostra azione sul lavoro. Il lavoro deve diventare la nostra fissazione politica.

Nel Capitale, Marx ha detto che il lavoro è una merce. Oggi i lavoratori sono diventati una merce. Si può rottamare un’automobile, una bicicletta, un frigorifero, non si può rottamare un lavoratore.

Il conflitto tra capitale e lavoro resta assolutamente centrale. Parliamo qui della lotta contro il progetto reazionario della Fiat di Marchionne che, per certi versi è più forte di Berlusconi: il suo messaggio ai lavoratori Fiat ha avuto le prime pagine di tutti i giornali, dal Manifesto a Libero e l’apertura di tutti i telegiornali, dal Tg3 al Tg4. Ricordiamo sommessamente che non si sbaglia chi ritiene che “la Fiat non spartisce il potere, lo esercita.”

Nel panorama del lavoro, oggi sono entrati in scena gli immigrati. I poteri forti cercano di far scoppiare la lotta tra loro e i lavoratori italiani: una guerra tra poveri. Gli immigrati devono conquistare i diritti sociali: solo se la loro forza lavoro avrà lo stesso trattamento economico, si eviteranno razzismo e xenofobia. La sinistra fighetta parla delle moschee. Non ce ne frega niente, solo quando i lavoratori immigrati avranno i nostri diritti sociali saranno nostri alleati di classe.

Se in Italia la politica è cambiata in negativo, anche il sindacalismo è profondamente cambiato.

Se da una parte il sindacalismo di base ha il dovere di unirsi, dall’altra non possiamo non vedere lo schiacciamento che la Cgil muove nei confronti della Fiom e delle componenti di minoranza. Su questo punto non sarà indifferente segnalare, anche con riferimento alle persone, che, per la seconda volta, quella che era indicata una volta come la componente socialista ottiene l’incarico di segretario generale: ieri Epifani, oggi Camusso.

Per parlare del lavoro frammentato serve un filo rosso che sappia collegare le lotte nelle fabbriche con quelle nel territorio. Chi si batte a Pomigliano è contro il capitale così come lo è chi va contro i termovalorizzatori, il problema stà nell’unità di progetto di cambiamento nella società.

Sul quadro politico abbiamo fatto bene a dire che “non possiamo esser alleati con chi non stà con i lavoratori” e quindi ribadiamo la posizione di esser contro Berlusconi, contro Marchionne ma alternativi al PD. Il PD non fa l’opposizione a Berlusconi non perché non vuole, ma perché non può, in quanto i suoi riferimenti strategici sono gli stessi poteri forti che prima erano alleati ed ora stanno scalzando il Cavaliere.

Noi dobbiamo denunciare quanta capacità pervasiva abbiano questi questi poteri nel condizionare il quadro politico fino ad arrivare alla sinistra cosidetta radicale. Quando la foto di Vendola diventa la copertina del settimanale l’Espresso, quanto sta investendo il gruppo di potere che fa capo a De Benedetti sulle performance del governatore della Puglia? Ed ancora, quando i leaders della Federazione della Sinistra parlano di un programma diverso di soli 3 punti per l’alleanza col PD, sanno di dire una cosa non veritiera, perché ,con l’attuale legge elettorale, chi si allea è obbligato a firmare e presentare sia un programma di governo sia un candidato unico alla Presidenza del Consiglio.

“Dire e fare” dicevamo e non potevamo non pensare a chi, a sinistra, ancora oggi fa la lotta contro la privatizzazione delle acque e poi entra nei Consigli di Amministrazione delle società preposte a questo (è successo a Napoli con l’entrata di due membri uno per SEL e l’altro per la FDS)

Noi dobbiamo convincere con i nostri ragionamenti ma anche con i nostri comportamenti. La coerenza di ognuno di noi sarà valutata con attenzione, avremo gli occhi puntati addosso.

Vogliamo rifare il Partito Comunista, ma non abbiamo fretta, serve un percorso, un progetto. In primavera se non ci saranno le elezioni politiche anticipate ci saranno le consultazioni elettorali in alcune grandi città: Torino, Bologna, Milano, Napoli. Servirà iniziare un percorso chiaro e se possibile unitario fuori dalla gabbia centro-destra / centro-sinistra.

Oggi care compagne e compagni, delegati e ospiti, siamo felici e stanchi. Iniziamo un passo importante. Partiamo con la consapevolezza di esser inadeguati. Cinquemila iscritti equivalgono a mezzo compagno per ogni comune. Dobbiamo fare molta strada, tutta in salita. Ci diranno , vi apostroferanno che “comunista è vecchio”, vi accorgerete che ogni richiesta di un diritto, tanto più se sociale è vecchio, useranno il termine nuovo per coprire ingiustizie e sfruttamento. Siamo, saremo dalla parte della ragione.

Non ci interessano le poltrone, vogliamo fare qualcosa di più serio: riconquistare la fiducia del nostro popolo, ricomporre la soggettività politica della nuova classe operaia, in ultimo ricostruire il Partito Comunista. Dedicheremo a questo progetto la nostra vita.

Grazie, abbiamo bisogno di Voi, della vostra intelligenza, della vostra forza, del vostro impegno, della vostra creatività, della vostra militanza. Grazie ancora. I comunisti per una Sinistra Popolare.

Intervento del Segretario del Comitato Provinciale di Genova, compagno Marco Traverso, al Primo congresso nazionale di Comunisti Sinistra Popolare

Iniziamo questo brevissimo intervento, prendendo spunto dall’affermazione di un importante storico dell’800, Jacob Burckhardt: lo Stato moderno «ha un padre e una madre: il padre è il cesarismo, la madre la rivoluzione».

In maniera altrettanto sintetica possiamo aggiungere che, di questi tempi, se di “cesarismo” ne abbiamo a iosa, a scarseggiare senza dubbio è la “rivoluzione”.

Come altro potremmo definire il fenomeno politico imperante in questo scorcio di XXI secolo, compagni, se non come un “leaderismo” senza “idee”, un “protagonismo” senza “principi”, un “cesarismo” – appunto – senza “rivoluzione”?

E lasciamo stare, almeno noi, ogni discorso sul piccolo dittatore erotomane, per cortesia. Pensiamo piuttosto ai nostri cesari, a quelli piccoli e grandi (o almeno presunti tali), a cominciare dal Nichi Vendola nazionale, che impera su giornali, rotocalchi e televisioni.

Quel vendola che toglie respiro ai cosiddetti partiti comunisti, alla altrettanto detta sinistra radicale, e si lancia in un vortice di pensieri “nuovisti” ma non nuovi, discorsi che piacciono tanto ad una sinistra affezionata ai divani e ai salotti, una sinistra che le lotte le fa, ma solamente in casa, il giovedì sera davanti ad Anno Zero.

Quel Vendola che, molto probabilmente, avrà la capacità di tirarsi dietro come un pifferaio magico moltissimi elettori della cosiddetta sinistra radicale, stanchi, senza una guida, incapaci di vedere l’artificio elettorale messo in piedi dall’ennesimo Cesare della sinistra, un Cesare senza rivoluzione, appunto, un Cesare che si appresta a fare la stampella del PD e dei soliti poteri forti che quest’ultimo rappresenta.

Certamente arriverà il governo tecnico e poi arriveranno le elezioni; quasi certamente avrà fine la fortuna del Berlusconi uomo, non quella del berlusconimo e dell’altrettanto deleterio antiberlusconismo; Vendola, a sinistra, farà la scorta di voti e decreterà la fine di una FES copia in brutto e in piccolo di SEL (perché mai, compagni, un elettore dovrebbe votare una formazione nella realtà ormai involucro vuoto di un movimentismo traslocato tutto dalle parti del Palazzo del Governatore della Puglia? Non certo, pensiamo noi, esclusivamente perché nel simbolo della FES compaiono ancora la falce e il martello)

A noi comunisti cosa resta, quindi?

Di certo possiamo dire che saremo spettatori solamente in parte interessati alla competizione elettorale.

Noi, piuttosto, ripartiamo da un documento che tiene il timone dritto sul LAVORO e sulla lotta al liberismo, anche di quello annidato nell’attuale centrosinistra. Il nostro DIRE e FARE ha la forza dei principi fondamentali della Costituzione, quelli sì davvero rivoluzionari, soprattutto se confrontati allo stato attuale delle cose.

Il nostro essere comunisti – che si traduce necessariamente nella condizione minima necessaria di essere alternativi al PD per le ragioni bene esplicitate nel documento congressuale – ha la forza della caparbietà tipica

di chi non tradisce i valori fondamentali della propria natura politica, che originano dai principi del marxismo-leninismo;

di chi non vuole avere mai più dirigenti ipocriti, interessati, mestieranti delle istituzioni;

di chi ha un obiettivo chiaro, la costituzione di un nuovo partito comunista, e non ha la fretta di raggiungerlo, ma invece possiede la consapevolezza del lavoro, del tempo e della fatica che tale obiettivo implicherà.

Ma il nostro essere comunisti, compagni, deve avere, oggi, un elemento di forza in più, una spinta utile a rendere la nostra gente più decisa, capace e consapevole della propria forza: questo elemento è una nuova coscienza unitaria.

Una nuova coscienza unitaria che si traduca nella consapevolezza che, allo stato attuale delle cose, nell’attacco costante al mondo del lavoro, riferimento principale della nostra politica, le divisioni della galassia comunista devono essere superate.

Superate non perché obsolete o intellettualmente insignificanti, ma perché derivanti da una realtà storica puntuale, quella del ‘900. Diamo alla storia quel che appartiene alla storia e riconsegniamo ad essa le nostre divisioni. Qui e ora, pena il fallimento della nostra azione.

Tutto ciò non deve certo preludere a fusioni a freddo sul modello della FES. Questa coscienza unitaria, invece, deve avere la forza della condivisione teorica, dello studio e dall’elaborazione rivitalizzante dei principi del marxismo-leninismo.

Guardate, questo nel mondo sta avvenendo.

C’è un Paese che va in controtendenza e che, negli ultimi anni, ha ottenuto risultati esaltanti, che nessun altro stato può vantare.

Questo Paese è il Venezuela di Chavez; un Paese che dal 1999 ad oggi ha:

ridotto la povertà generale dal 49% al 24%; la povertà estrema dal 21% al 7%;

ridotto l’indice di malnutrizione dall’11% al 6%;

ridotto le spese militari del 25%;

nelle pari opportunità il Venezuela ha quasi raggiunto la parità nel numero dei deputati.

Quali altri Paesi dell’occidente “democratico” possono vantare, nella giusta relazione, un simile risultato?

E il Venezuela applica principi a noi cari, principi gramsciani, ad esempio nel sistema della gestione delle fabbriche, condivisa tra lavoratori e stato.

Questi devono essere per noi punti di riferimento, il Venezuela e, naturalmente, Cuba.

In questo senso noi pensiamo che si debbano prendere in considerazione le proposte di Chavez per la Quinta Internazionale: abbiamo l’obbligo, la convenienza e la consapevolezza per rilanciare un “internazionalismo” vero, non meramente “liturgico”, che possa contrastare sul piano stesso della globalizzazione capitalista il potere tracotante dei padroni tipo Marchionne.

In questo senso sosteniamo la necessità di ridefinire il rapporto dei comunisti con i movimenti sindacali, chiarendone ruolo e organizzazione a livello nazionale e internazionale.

Vogliamo richiamare, a questo proposito, la lettera recentemente inviata ai vertici della FES da due compagni della FIOM iscritti nel PRC.

Costoro, esprimendo l’esigenza di un ruolo-guida del Partito che funga da “collante” tra tutte le lotte in atto del mondo del lavoro, richiamavano tesi sempre attuali di Antonio Gramsci:

 

“Il rapporto tra sindacati e partito è uno speciale rapporto di direzione che si realizza mediante la attività che i comunisti esplicano in seno ai sindacati. I comunisti si organizzano nei sindacati e in tutte le formazioni di massa e partecipano in prima fila alla vita di queste formazioni e alle lotte che esse conducono, sostenendovi il programma e le parole d’ordine del loro partito. Ogni tendenza a estraniarsi dalla vita delle organizzazioni, qualunque esse siano, in cui è possibile prendere contatto con le masse lavoratrici, è da combattere come pericolosa deviazione, indizi di pessimismo e sorgente di passività”

“Il partito che rinuncia alla lotta per esercitare la sua influenza nei sindacati e per conquistarne la direzione, rinuncia di fatto alla conquista della massa operaia e alla lotta rivoluzionaria per il potere.”

 

Per questo motivo, noi confidiamo che Comunisti-Sinistra popolare sappia trovare le forze per l’elaborazione di un progetto di ampio respiro relativamente al mondo del lavoro, che sappia rilanciare i diritti e che abbia ben chiari i percorsi di lotta utili ad ottenerli.

In conclusione un ultimo punto.

L’elaborazione teorica, la capacità di comprendere le differenze nel mondo comunista per superarne le divisioni, la prospettiva di rilanciare quell’egemonia culturale che è sempre stata la nostra principale risorsa richiedono un impegno preciso del nostro movimento politico: quello della formazione dei quadri e dei militanti. Sentiamo il bisogno di organizzare un’attività di formazione costante, che non si esaurisca in momenti sporadici e isolati, ma che si realizzi in una vera e propria “scuola di partito”. Un investimento in questa direzione sarebbe anche un importante investimento sul futuro della nostra formazione politica.

Intervento del Compagno Delogu al Comitato Politico Nazionale di CSP

10 maggio 2010

COMPAGNE E COMPAGNI, buon giorno e buon lavoro a tutti!

Il mio intervento, a nome della Federazione di Genova e del Comitato Regionale della Liguria, attraverso l'illustrazione di quanto intrapreso nella nostra regione e all'esperienza derivante, intende apportare un modesto contributo alla comune elaborazione per una ricostruzione del Partito Comunista e della prospettiva rivoluzionaria in Italia.

Iniziammo il cammino che ci ha portati qui, oggi, nel pieno della campagna elettorale per le politiche del 2008 ,quando critici verso la sciagurata scelta dell’Arcolbaleno dopo l’infausta  esperienza del governo Prodi ,costituimmo una associazione dal nome profetico  la inaugurammo con la presentazione del libro di Marco “ Perché ancora comunista” e fu un successo una 50 di compagni presenti ,tenete conto che l’organizzammo quasi in clandestinità e avendo contro il partito.

Dopodichè arrivammo al 2 luglio 2009 dove il  CF della Federazione di Genova del PdCI decideva a maggioranza dei presenti e degli aventi diritto, con soli 3 astenuti e 1 voto contrario, di abbandonare il partito e ricostituirsi nell'alveo del progetto  di Comunisti-Sinistra Popolare.

Alla base della decisione stava una profonda riflessione, che prendeva atto del definitivo abbandono, da parte dei due maggiori partiti sedicenti “comunisti”, delle posizioni di rappresentanza di classe, di un loro appiattimento, sempre più collaborazionista, sulle posizioni del centro-sinistra e dei suoi governi, ormai indistinguibili, nella loro prassi antiproletaria, da quelli di centro-destra, di una loro ormai irreversibile trasformazione in comitati elettorali di autoreferenziali notabili di turno,  perfettamente integrati nel ceto politico.

I tempi sono stati dettati dall'esigenza di anticipare i previsti procedimenti di espulsione di alcuni compagni del gruppo dirigente e il conseguente commissariamento della Federazione. Su questo li abbiamo battuti e spiazzati!

Tempestività e correttezza procedurale ci hanno consentito di non restare a mani vuote, portando con noi, a pieno diritto e nel rispetto sia dello Statuto, che dei Codici Civile e Penale, le risorse finanziarie, indispensabili per iniziare la costruzione della nostra nuova organizzazione.

Ci siamo dotati di una nuova sede, 150 mq. open space, con una terrazza di 70 mq. - consentiteci l'orgoglio -, attrezzandola in modo da poter accogliere compagni, simpatizzanti e cittadini in modo degno per iniziative politiche e conviviali, trasformandola, in ultima istanza, in una fonte di autofinanziamento attraverso feste, pranzi, cene, affittandola anche a circoli culturali e organizzazioni a noi vicine.

La struttura organizzativa interna che stiamo sperimentando sembra dare discreti risultati, anche se sono ancora lontani da quello che vorremmo che fossero.

Alle consuete segreterie con compiti esecutivi, regionale e provinciale, è stato preposto un Ufficio Politico (al solo livello regionale, per il momento), composto dai quadri con maggiore anzianità, capacità ed esperienza, membri anche della segreteria regionale, affinché, alleggeriti dalle incombenze operative, possano contribuire in modo più efficace ad elaborare tattica e strategia politiche. Ciò ha consentito anche di meglio distribuire responsabilità pratiche, ma comunque dirigenti, ad un maggior numero di compagni, consentendone una “formazione sul campo”.

Per quanto riguarda il tesseramento, abbiamo voluto reintrodurre in via sperimentale – ma crediamo ormai lo si debba fare in via definitiva e permanente -, le modalità di adesione che erano vigenti nel PCI ancora sano. L'ammissione di chi ne fa richiesta è sottoposta comunque ad approvazione degli organismi dirigenti, con periodo di candidatura variabile a seconda dell'impegno e della preparazione del compagno (elemento oggettivo), nonché del grado di fiducia di cui gode negli organismi  dirigenti (elemento soggettivo di valutazione), oppure per comprovata conoscenza da parte dei compagni che ne raccomandano l'ammissione.

Si è anche stabilito che la quota tessera debba essere versata in percentuale del reddito, su base progressiva, a partire dall'1%. Il versamento di una quota fissa non è consentito ai quadri dirigenti, ma solo a militanti e semplici iscritti in casi di comprovate difficoltà economiche.

L'esigenza di autofinanziarci e quella di allargare il serbatoio dei consensi alla nostra organizzazione tra le masse, sfiduciate e sospettose, se non addirittura ostili, nei confronti di quanto si connota come “partito”, come “sinistra”, anche come “comunista”, ci ha fatto ritenere che fosse necessario costituire un'associazione come strumento di azione pratica tra la popolazione, mediante attività a carattere solidaristico, sociale, culturale e ricreativo, consentendo, da un lato, la veicolazione dei contenuti politico-culturali che vogliamo diffondere, dall'altro, la possibilità di accesso a contributi pubblici e a fonti di finanziamento che sarebbero precluse ad un'organizzazione dichiaratamente politica.

Quanto detto fino a qui non è solo il tentativo di sopravvivere, ma risponde ad una nostra precisa concezione del partito, della sua forma, della sua prassi politica nella fase che stiamo attraversando.

Preso atto del tramonto dei partiti di massa come li abbiamo conosciuti soprattutto nel secondo dopoguerra e della sfiducia generale che circonda quanto, anche lontanamente, richiami quelle forme, riteniamo che il partito rivoluzionario, il Partito Comunista, non possa oggi ricostituirsi e strutturarsi se non come partito di quadri militanti, profondamente motivati,ideologicamente preparati , con una disciplina di partito che rispetti i ruoli,valorizzando le discussioni ma rispettando fedelmente alla fine le decisioni prese.

Crediamo che solo in parte gli strumenti organizzativi (strutture organizzative e modalità del tesseramento) possano adempiere a questo arduo compito.

In effetti, la volontaria accettazione della disciplina centralistica che il partito richiede non può che derivare dalla comprensione e condivisione degli ideali e delle finalità che questi pongono. Ciò implica che grande attenzione si debba dedicare alla formazione  dei quadri, lato sul quale siamo fortemente carenti.

Facendo attenzione che i quadri militanti non diventino  una saccente élite di predicatori messianici, avulsa dalla realtà e staccata dalle masse.

Riteniamo che oggi questo legame debba realizzarsi attraverso la costituzione di associazioni, operanti nella società civile, che  avvicinino le persone al partito ed ai suoi obbiettivi ed ideali e quindi funzionino da serbatoio-quadri  per lo sviluppo del partito stesso, associazioni che lavorino concretamente per un miglioramento delle condizioni quotidiane di vita dei proletari, fornendo servizi in tal senso, creando nel contempo occasioni di autofinanziamento per il partito e, soprattutto, diffondendone valori, obbiettivi, politiche. Associazioni in cui i comunisti devono esercitare pienamente un ruolo egemone e di controllo. Anche a questo proposito emerge la forte esigenza di provvedere rapidamente alla soluzione della questione della formazione quadri.

Per le stesse ragioni, riteniamo fondamentale la questione della presenza comunista nelle organizzazioni sindacali, riteniamo che sia doveroso affrontare questo problema;la presenza dei nostri compagni nelle OO.SS con quale linea ? Anche i sindacati sono un terreno fondamentale per la coniugazione tra rivendicazioni che migliorino la situazione contingente dei lavoratori e lotta rivoluzionaria per la trasformazione della società nel suo complesso; riteniamo compito imprescindibile dei comunisti oggi avviare una incisiva campagna per orientare tutti i sindacati verso la ripresa del conflitto sociale, di una stagione di consistenti rivendicazioni salariali, di riaffermazione dei diritti del lavoro, di tutela della salute dei lavoratori, , con la consapevolezza che ognuna di queste direttrici di lotta crea incompatibilità di sistema, cioè contribuisce ad aprire contraddizioni insanabili per il capitalismo globale.

Le vicende della Grecia hanno messo a nudo la centralità di queste questioni, palesando l'incompatibilità tra le insostenibili politiche restrittive, liberiste e monetariste, del FMI e della BCE e le esigenze di miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più deboli della società, confermando ancora una volta quell'insanabile contraddizione tra lavoro e capitale, tra salari e profitti, che a taluni pareva scomparsa negli anni d'oro del welfare socialdemocratico,

Questa contraddizione esige che i sindacati si attrezzino a contrastare la nuova offensiva del capitale in modo coordinato a livello internazionale, individuando forme di lotta concordate che simultaneamente colpiscano in modo efficace l'avversario di classe. Analogamente, sul piano politico, è opportuno che i Partiti Comunisti diano vita a nuove forme di organizzazione internazionalista, che siano un momento di ricomposizione del movimento e di un suo effettivo coordinamento operativo, tattico e strategico, non un inefficace rituale celebrativo-liturgico.

Insomma bisogna lavorare per una ripresa della lotta di classe che coinvolga soprattutto i nuovi sfruttati precari, extracomunitari etc.

 

In tal senso crediamo meriti attenzione la proposta, avanzata da Chavez, di dare vita ad una V Internazionale, che raggruppi, con precisi vincoli organizzativi, i partiti che fanno riferimento al marxismo-leninismo e al socialismo.

Questo rapporto, su cui dobbiamo riflettere, tra partito-avanguardia e masse potrebbe implicare anche un diverso approccio contro i limiti posti dall'ambito democratico-parlamentare. Considerata la tendenza, imposta dalle truffaldine leggi elettorali, alla formazione di coalizioni, potrebbe configurarsi l'esigenza di dare vita a un blocco elettorale, con un chiaro connotato sociale e di classe, con un altrettanto chiaro carattere di alternatività ai due poli dominanti, antimperialista a 360°, con un programma effettivamente nazional-popolare nel senso gramsciano del termine?

Non certo un nuovo Arcobaleno, ma un Fronte Democratico Popolare, che veda i comunisti come promotori , con programmi e parole d'ordine chiare e semplici, capace di aggregare strati più ampi di quelli che potremmo coagulare da soli. Deve essere chiaro che la discrimante sta nell’alleanza con il Centro Sinistra non ripetiamo più l’errore di parlare di programmi.

 NOI SIAMO ALTERNATIVI AL CENTRO SINISTRA!!!!

Si tratta di riflessioni che dovranno essere sviluppate e approfondite dal nostro prossimo congresso fondativo, sorrette da una rigorosa analisi.

I disastri subiti, anche se noi, oggi qui riuniti, li avevamo a suo tempo previsti, hanno comunque lasciato un segno profondo. Le forze sono ancora esigue, molti nostri compagni hanno abbandonato la militanza, molti stanno semplicemente a guardare, alcuni altri ci danno per estinti.

Ma i comunisti ci sono ancora, ci saranno sempre finché esisterà uno sfruttato.

Sta a noi risvegliare queste coscienze, a noi costruire un nuovo Partito Comunista.

Sono certo che ce la faremo, compagni!

VIVA IL MARXISMO-LENINISMO!

VIVA IL PARTITO COMUNISTA!

VIVA LA RIVOLUZIONE!

 

ROBERTO DELOGU

Coordinatore Regionale Liguria Comunisti-Sinistra Popolare

 

Roma 8 maggio 2010

Otto marzo

07/03/2010

 

Dobbiamo ricominciare a parlare del reale significato della giornata dell'8 marzo, che va inquadrata non nell’ormai generica "Festa delle donne", ma nella commemorazione di quanto realmente successe l'8 marzo 1908. Occorre dunque ristabilire la dignità che le compete, quale giornata simbolo della lotta internazionale per i diritti delle donne.

 Gli eventi che si verificarono nel 1908 affondano le proprie radici negli scioperi del marzo 1857 a New York di centinaia di operaie tessili contro i bassi salari, le condizioni disumane di lavoro disumano ed il lavoro minorile. A tali giuste rivendicazioni seguì una dura repressione da parte della polizia.

 Nel 1908 gli scioperi proseguirono e le operaie delle sartorie rivendicarono anche la il diritto al voto, oltre a rilanciare la protesta contro il lavoro minorile e ad unirsi agli uomini per portare la giornata lavorativa ad otto ore. Nel 1909 le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono, sopportando la dura repressione della polizia e nel 1910 venne loro riconosciuto il diritto a regolamentare l'orario e il salario.

 Le lotte e le rivendicazioni proseguirono anche in Europa, in Svizzera, in Austria, in Danimarca e in Germania. Alla fine del mese di marzo  del 1911, a New York più di cento operaie dell'industria tessile "Triangle Shirtwaist Company " – tra le quali molte italiane – rimasero uccise in un incendio, intrappolate nella fabbrica dopo che le porte furono bloccate per impedire loro di uscire dallo stabilimento a sciopero in atto.

 L'iniziativa di celebrare la giornata internazionale della donna fu presa da Clara Zetkin a Copenaghen durante la conferenza internazionale delle donne socialiste del 1910.

 L'incendio di marzo del 1911 diventa una data importante e rafforza il processo che porta alla riforma della legislazione del lavoro negli stati uniti. Non è da quell'evento tragico, però, che nasce la ricorrenza dell'8 marzo, erroneamente citata da alcune fonti: essa, invece, ricorda la prima manifestazione delle operaie di Vyborg (Pietrogrado) dell'8 marzo 1917, che diede l'avvio alla rivoluzione di febbraio. Nel giugno del 1921 la Seconda Conferenza Internazionale adottò formalmente quella data come Giornata Internazionale dell'operaia: diventerà la data simbolo del movimento di lotta delle donne di tutto il mondo.

 Da questa breve introduzione storica si deduce come chiaramente, nel corso del tempo, sia stato distorto il significato di questa giornata, che dovrebbe stimolare spunti di riflessione e un impegno concreto, volto a garantire, per ogni donna in tutto il mondo, diritti legittimi e inalienabili, patrimonio di ogni persona indipendentemente dalle latitudini in cui si ha la fortuna o la sfortuna di vivere.

 Ricordiamo che solo nel 1977 (!) la Giornata della Donna è stata ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite: torniamo, dunque, al valore universale dell'8 marzo e restituiamogli la sua intrinseca, profonda dignità. E allora potremo mantenere la mimosa, simbolo della ricorrenza. Esso risale al 1946: l'UDI, nel primo anno del dopoguerra, doveva cercare un fiore che fosse un simbolo particolarmente visibile e, memore del garofano rosso portato dagli operai nella giornata del Primo Maggio, optò per il  fiore giallo della mimosa, un fiore colorato, profumato e che fioriva nel momento giusto (senza contare il suo prezzo economico, allora).

 Si scambino pure la mimosa, uomini e donne, ma portando nel cuore e nella coscienza, che quel fiore rappresenta una lotta per la dignità femminile ancora molto di là da raggiungere nel mondo, ancora nel terzo millennio: basta ricordare i fenomeni di violenza sessuale senza distinzioni sociali né culturali.

 L’emancipazione femminile ha fortissimi ostacoli: basti pensare che due terzi della popolazione femminile adulta nel mondo non sa né leggere né scrivere e ogni giorno 1500 donne muoiono, ancora oggi, di parto.

 Vogliamo ricordare, inoltre, che il 6 febbraio è stata la Giornata contro la mutilazione degli organi genitali femminili, praticata in paesi come la Sierra Leone e il Burkina Faso.

 Lunedì primo marzo, infine, si è aperta la cinquantaquattresima sessione della commissione dell'Onu sulla condizione delle donne al fine di verificarne i progressi a 15 anni dalla Dichiarazione di Pechino e dalla Piattaforma d'azione. Nel 1995 quest'accordo e' stato sottoscritto da 189 paesi, ma è in gran  parte disatteso.

Forza compagne e compagni, la strada è ancora lunga. Viva la Giornata delle Donne, viva l'8 marzo!

Lagaccio e moschea ovvero dell'uso strumentale della paura

Più di 5000 voti contrari, solo 49 favorevoli. E' l'inappellabile responso del referendum sulla Moschea, voluto dal Partito del Carroccio al Lagaccio. Hanno ragione i fedelissimi del Senatur, è un segnale politico importante, anche se il campione è basso rispetto agli abitanti complessivi del quartiere che si aggirano intorno ai 26 mila.

Il segnale politico che si legge è effettivamente degno di attenzione. Sono ateo per convinzione e fede politica, tuttavia ritengo che la questione si inquadri nel ben più ampio tema della libertà di culto la cui negazione risulta essere pretestuosa rivolta unicamente ai praticanti musulmani, oggetto di una campagna contro il diverso ed identificati il "male assoluto" di questa nostra "paurosa società.

Proviamo a rimettere insieme i cocci e dare un minimo di razionalità alla discussione, cosa che avrebbe dovuto fare il "primo cittadino" ma che, a quanto pare, non ha fatto. Punto uno, la Moschea esisteva a Genova nel medioevo. può sembrare una questione banale ma, come si sa, la storia è "maestra di vita".

Evidentemente la presenza islamica a Genova ha una sua precisa e ricca tradizione anche culturale e storica e, all'espoca, la sua esistenza aveva un significato ancora più carico di importanza dato il costante stato di guerra religiosa tra musulmani e cristiani.

Punto secondo in Italia esiste la libertà di culto sancita dalla Costituzione. A Genova esistono luoghi di culto di quasi tutte le confessioni cristiane, una sinagoga e un luogo di culto buddista. Sono mai stati fatti referendum prima della costruzione di questi edifici? La domanda è retorica.

Terzo punto, è evidente che la questione è pura ipocrisia. I praticanti musulmani hanno già punti dove si riuniscono a pregare e fare tutte le loro attività culturali. E' evidente, quindi, che se odio verso l'occidente deve essere, esso sarà in una situazione di "clandestinità" in quanto questi scantinati non sono nè visibili nè pubblici.

Quarto punto, la costruzione  della Moschea al Lagaccio darebbe al quartiere un rilancio mai visto prima. Mezzi pubblici potenziati, una rinascita di tipo sociale, avanguardia di una cultura dell'integrazione, una nuova vivibilità dettata anche da una rinascita materiale e strutturale del quartiere.

Quinto punto, esistono altre Moschee in Italia, ad esempio a Roma e a Milano. Perchè non dovremmo averne una anche qui a Genova.

Per queste ragioni l'operazione della Lega è dettata essenzialmente dall'appuntamento elettorale del 2010 e tanto più squallida quanto più fa leva sulla paura del diverso e sullo scontro di civiltà e culture. Compito essenziale della politica è quello di riportare la discussione sui binari giusti e che contempli un minimo di ragionevolezza e di logica. E' chiaro che bisogna ascoltare i cittadini, ma i cittadini devono essere informati in maniera giusta in modo che non si sentano di subire una decisione presa dall'alto. Forse è questo che è mancato.

 

Andrea Viola

Siamo messi male...

12/12/2009

 

...siamo davvero messi male in un mondo nel quale la maggioranza della minoranza che vive la parte ricca del pianeta sembra essere, nella migliore delle ipotesi, narcotizzata e insensibile verso ogni bestemmia politico-istituzionale.

 

Berlusconi - Italia

Mai come ora siamo mai stati così vicini al regime reale. Il "ducetto" di Arcore pare una belva costretta nella gabbia delle accuse che gli piovono addosso dagli ambienti di Cosa Nostra; lui, il "ducetto", assomiglia sempre più ad un Giulio Cesare postmoderno, con tutto il rispetto per l'originale: quest'ultimo, infatti, costretto dagli eventi storici ad una resa dei conti non più rimandabile, optò per la "guerra civile" quale extrema ratio più per salvare "le chiappe" che per realizzare il progetto autocratico che fu la dittatura  e che segnò la fine della repubblica.

Allo stesso modo Berlusconi sente il terreno cedere sotto di lui: la sua rete di potere mostra la corda e la strada verso l'ennesima salvezza sembra avere ostacoli non facilmente superabili.

Per questo motivo il "ducetto" di Arcore potrebbe forzare i tempi: il rischio di regime diventa reale e si traduce in un nuovo attacco alla Costituzione.

 

Obama-mondo  

Quasi frustrante il discorso sostenuto ad Oslo da Obama in occasione del ritiro del premio nobel per la pace (sic!!!).

Obama - HOPE per gli amici e per tutte le "anime pie" della sinistra radical chic nostrana - ha espresso come meglio non avrebbe potuto quella che è la realtà dell'impero "made in USA". Sfidando il senso del ridicolo (e facendo a brandelli quello della moralità), ha parlato di "guerra giusta" (il bellum iustum dei Romani, che di impero si intendevano un po') come dello strumento che hanno gli stati democratici per difendere la pace. Guerra giusta sarebbe quella afghana, ad esempio.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi: gli USA sono uno stato imperialista e nessun buon presidente democratico potrà mai cambiarne realmente la natura violenta e oppressiva.

 

Rutelli-Repubblica delle banane

Ancora l'Italia, infine. La giunta per le autorizzazioni a procedere ha respinto la richiesta di arresto per Cosentino, sottosegretario all'economia in forte odore (quasi tanfo) di camorra. Oltre al PDL e ad una Lega vergognosa (che da una parte arringa il popolino del nord contro Roma ladrona, dall'altra difende le dinamiche di stampo mafioso cancro del paese), hanno votato contro l'autorizzazione a procedere anche Rutelli e gli ineffabili radicali.

Bell'inizio per l'Alleanza per l'Italia, degna erede di quella politichetta di stampo democristiano fatta di clientelarismi e inciuci di casta. Complimenti.

 

Siamo messi male, appunto...

La Sinistra, il non-partito e l'imprescindibile essenza comunista

04/11/09

Ciò che Marco Rizzo va ripetendo ormai da mesi, cioè che in questo Paese le elezioni hanno perso il loro vero significato originario e sono ormai “pratica vuota”, trova riscontro nelle parole e negli scritti di altri intellettuali di sinistra.

Sul Manifesto di ieri Paolo Cacciari faceva un’analisi efficace del sistema elettorale italiano, un “trucco grossolano” utile solamente a «prolungare artificialmente la vita a un sistema politico-istituzionale la cui missione non è di formare una volontà popolare, ma di assecondare e trasmettere ordini di lobby, élite, cosmocrati che rappresentano una casta» l’«1% del 20% della popolazione globale» in grado di amministrare tutte le ricchezze del pianeta.

Bella scoperta, ci viene da dire. Il sistema bipolare italiano, rattoppato in corso d’opera da interventi legislativi indegni di un Paese civile, ben lungi dal rappresentare una “politica dell’alternanza” esprime solamente i soliti, strafottenti poteri forti, per cui “PD + o – L” fanno da megafono alla stessa voce: quella del padrone.

Cacciari si immette sulla scia del pensiero di altri intellettuali – Alberto Asor Rosa, Paul Ginsborg, Flores d’Arcais – e identifica un soggetto politico nuovo essenzialmente in un soggetto “non-elettorale”: esso raccoglie tutte quelle forze attive a sinistra che, quotidianamente, declinano il loro impegno sociale nei territori più o meno socialmente degradati della Repubblica. Un soggetto, nella fattispecie, che non cerchi di vivere in modo “autoreferenziale” nel sistema chiuso della partitocrazia, ma abbia nelle elezioni non il fine ma il mezzo: un momento, cioè, della verifica della bontà o meno del proprio programma.

Per sistema chiuso e partitocratico si intende qui, certamente, quel fenomeno che si è andato sviluppando dalla fine degli anni ’80 in poi e che ha, nei suoi obiettivi, il raggiungimento di un buon esito elettorale (attenzione: “buon esito elettorale” non significa necessariamente un successo, ma il livello minimo di presenza nell’ambito del sistema di controllo politico-economico del Paese) e il mantenimento di un significativo numero di incarichi nella compagine statale e parastatale. In questo sistema il Popolo, l’Ideale, la Bandiera e i Simboli hanno poco peso, se non quello “usa e getta” da spendersi durante le campagne mediatiche sproporzionatamente orientate in favore del PD+L.

Ebbene, per non aggiungere nulla di più ad un’analisi sostanzialmente esatta, a questi intellettuali noi diciamo due cose.

a)     Benvenuti! Come si diceva sopra, da mesi Marco Rizzo si affanna a sostenere l’idea fondativa del nostro movimento, quella di una sua natura “non-elettorale” appunto, lontana dall’ingordigia propria del “motore in folle” della politica italiana. Per questo motivo ci presentiamo con un simbolo quadrato, per rimarcare la nostra totale estraneità da ogni “appetito poltronistico”, comune, invece, ai partiti sedicenti comunisti che cercano, sempre e ormai stancamente, l’alleanza, programmatica o meno, con il padre-padrone PD. Un simbolo quadrato che non può né vuole trovare spazio tra i simboli rotondi che campeggiano sulle schede elettorali di un sistema in piena decadenza rappresentativa.

b)     Attenti! Una nuova elaborazione politica a sinistra non può prescindere dall’identità comunista. Questo non perché noi si voglia, come dice Cacciari nel suo articolo, “produrre identità escludenti” o  “imporre gerarchie predeterminate tra le soggettività, le culture politiche, le idealità e le teorie che muovono individui e movimenti”. No, nessuna gerarchia identitaria, ma nemmeno un minestrone sinistroide da rivendere nei salotti della politica televisiva italiana e condito con parole d’ordine ormai abusate (pacifismo, non-violenza, ambiente, diritti, ecc.). L'apporto comunista, invece, consiste in una chiara analisi della società odierna, dell’alienazione prodotta in essa dalla logica padronale – rinvigorita e famelica dopo la crisi del welfare-state – e della necessità di risolvere, ancora e comunque, le contraddizioni imposte alle nostre esistenze dal conflitto capitale-lavoro.

Le categorie marxiste spiegano ancora le dinamiche socioeconomiche planetarie: per questo noi non possiamo essere definiti (strumentalmente) “veterocomunisti”, piuttosto “ancora e naturalmente comunisti”, perché c'è bisogno, oggi più che mai, degli strumenti critici e di una grande e durevole passione - la nostra - unico antidoto alla prepotenza fascista della classe padronale.  

Rizzo alla manifestazione nazionale del 24 ottobre scorso al Teatro dei Frentani

Il partito del cemento: PD e PDL per noi pari sono

21/10/09

 

Mai come nel caso del cemento PD e PDL si distinguono esclusivamente per la –L-: ogni altra distinzione non è data in conseguenza della trasversalità nella giunta ligure degli interessi legati al mattone.

Cemento, mon amour si potrebbe titolare questo articolo se non pensassimo che la questione è seria e non contempla ironia.

Il succo delle cose è questo: Burlando e Scajola hanno interesse a che la Liguria sia cementificata.

A dire il vero non è una notizia: chi avesse avuto la felice idea di leggersi Il partito del cemento (autori Ferruccio Sansa e Marco Preve, ChiareLettere editore, 2008) avrebbe facilmente compreso come il profumo dei soldi e quello del cemento siano gli stessi per le fini narici dei politici locali, siano essi di destra, siano di (semprepiù)centro-(sempremeno)sinistra.

In questi giorni i nodi vengono al pettine: mercoledì 28 ottobre, approda in consiglio il piano casa, preceduto dalle polemiche. A sparare “alzo zero” sul piano regionale è Della Seta, senatore PD, già presidente di Legambiente, che lo definisce «di gran lunga il peggiore d’Italia» in grado di fare «scempio della Liguria».

La notizia buona, l’unica, è che, a quanto sembra, nel PD c’è ancora un alito di vita (e di dignità); quella pessima è che il “piano casa” passerà e sarà una catastrofe edilizia per la nostra regione.

Ciò che più fa rabbia, inoltre, è che latitano (come al solito) gli esponenti di quella sinistra radicale e sedicente comunista, a parole tanto attenta alle questioni ambientali, nei fatti succube verso il potentato Burlando-Scajola. La cosa non ci stupisce, del resto: siamo in campagna elettorale (assessori e consiglieri fanno poco: si limitano a scodinzolare).

 

Per maggiore chiarezza pubblichiamo la lettera che Sansa e Preve hanno inviato al blog di Grillo qualche giorno fa: documento davvero interessante.

Buona lettura.  

 

"Caro Grillo,
nessuno sembra essersene accorto, ma il 28 ottobre sarà deciso il destino di una delle più belle regioni d’Italia: la Liguria. Pochi giorni fa è toccato alla Sardegna, dove è stato votato il piano casa del governatore Ugo Cappellacci (Pdl) che ha cancellato i vincoli con cui Renato Soru sperava di salvare la costa. Ma il centrosinistra non è migliore: la Regione governata da Claudio Burlando si prepara a varare un piano casa altrettanto generoso con gli amanti del cemento.
Un disastro senza rimedio, che, però, si può ancora fermare. Tace la sinistra, tace la destra, forse perché da queste parti entrambe sono amiche del mattone. Tacciono i cittadini che purtroppo non sanno: la Regione Liguria voterà un documento che va ben oltre le aspettative del governo Berlusconi. Nessuno ne aveva parlato fino a pochi giorni fa, quando Bruno Lugaro ne ha scritto sul Secolo XIX. Eppure basta studiare il piano presentato dalla Commissione e soprattutto gli emendamenti proposti da sinistra e destra. Le case sotto i 100 metri cubi potranno aumentare il volume fino al 60%, le altre potranno crescere fino al 30%. Ma non basta: potrà essere aumentata la cubatura di capannoni industriali, artigianali e agricoli. Ed è soltanto l’inizio. Leggendo il documento approvato dalla commissione e gli emendamenti voluti dal centrosinistra e dal centrodestra (il firmatario è un imprenditore immobiliare) si scopre che c’è ben di peggio: i benefici saranno concessi anche agli immobili condonati. Insomma, un danno civile e sociale, oltre che urbanistico. Chi ha costruito senza rispettare le leggi potrà adesso usufruire anche dei benefici concessi dalla Regione. Invece di punire chi non rispetta l’ambiente, si è deciso di premiarlo. E gli edifici abusivi? Si è pensato anche a loro. Il testo base li escludeva, ma ecco che il consigliere Luigi Cola (ex sindaco di Cogoleto, Pd) chiede di correggere: saranno esclusi soltanto quelli costruiti “in totale difformità o con variazioni essenziali”, insomma quelli davvero molto abusivi. Basta? Neanche per sogno: non sono risparmiati nemmeno i parchi dell’Entroterra. “Basterà un permesso degli enti parco per aumentare la cubatura delle case”, come spiega il Verde Carlo Vasconi.
Ma il colpo di grazia, spiega Vasconi, è quello che colpirà le zone che gli urbanisti chiamano aree-anima. Anima, un nome non casuale, perché questi sono luoghi preziosi, che però non sono sottoposti a una tutela totale. Anche qui potranno agire indisturbate le ruspe basta che siano a più di 300 metri dalla costa.
E per la Liguria sarà davvero la fine, perché da troppo tempo alcuni di quelli che governano questa terra hanno deciso di spremerla, di concederla ai signori del cemento come una baldracca. Una escort, si direbbe oggi. Sinistra o destra non importa: negli ultimi anni è stato dato il via libera alla costruzione di tre milioni di metri cubi di nuovi edifici lungo le coste.
Provate a immaginare concretamente che cosa succederebbe se tutte le case sotto i 100 metri cubi crescessero del 60%. Le alture liguri che dominano il mare si ricoprirebbero di cemento. Le case, migliaia di quelle costruzioni che rendono unica la Liguria, sarebbero deformate con aggiunte posticce. Provate a immaginare: dove oggi la vista si affaccia sul mare, domani potrebbe sbattere contro un nuovo muro.
Ma che cosa si può fare? Niente, sembrerebbe. Il centrosinistra ligure ha sempre avuto tanti amici nel mondo del mattone e questo piano ne è la dimostrazione definitiva. Il centrodestra è entusiasta… ma in fondo non sorprende. Insomma, chiunque vinca le elezioni regionali del 2010 non cambierà nulla. Claudio Burlando o Sandro Biasotti non fa differenza, la Liguria, verrebbe da dire, è comunque spacciata.
O forse no. Perché questo piano casa giova a pochi, ai soliti amici degli amici imprenditori del mattone. Ai furbetti che sognano di arricchirsi aggiungendo un piano alla propria casa, alla faccia dell’interesse generale. Ma gli altri? Il cemento non porta soldi. Arrivano denari per pochi e posti di lavoro che svaniscono alla fine dei cantieri. Intanto la Liguria si mangia la sua più grande ricchezza: l’ambiente, che sostiene la principale industria della regione, il turismo. Non solo: calerà il valore degli immobili con un danno per i proprietari liguri, ma anche lombardi e piemontesi. Già, anche per una questione di soldi questo piano andrebbe bocciato.
Ma poi c’è l’ambiente, una parola che in fondo significa il luogo dove noi tutti viviamo insieme. Che vuol dire qualità della vita nostra e dei nostri figli. Che ci ricorda il dovere di conservare il passato, ma anche di pensare al futuro.
Per questo la decisione che verrà presa in Liguria riguarda tutta l’Italia. Se lasciamo sola questa terra, poi a chi toccherà?
Ma qualcosa si può, si deve ancora fare. Adesso, sennò sarà troppo tardi. Mandiamo una e-mail a Claudio Burlando, Sandro Biasotti, il suo avversario alle prossime elezioni, Luigi Cola - il deputato del Pd recordman degli emendamenti, Nicola Abbundo - l’imprenditore immobiliare del Pdl che si batte per il piano. Gente di sinistra e di destra, perché qui non è questione di colori politici.
Se tutti gli amici del blog, non soltanto i liguri, scrivessero a chi dovrà compiere questa scelta, potremmo ancora sperare di cambiare qualcosa. Di salvare la Liguria e un po’ anche noi stessi".

Marco Preve e Ferruccio Sansa, giornalisti e autori del libro “Il partito del cemento”

Sinistra d'autunno

Riceviamo da un compagno di Milano e pubblichiamo: riflessioni dopo la manifestazione di Milano del 3 ottobre

di  F.L.

04/10/09

 Si dice che questo autunno sarà caldo per tanti motivi, ma soprattutto perché si respira un’aria diversa (come notano anche dall’estero) , un’aria nuova, un’atmosfera che può portare finalmente dopo un (altro) ventennio al ritorno ad una vera democrazia; si parla naturalmente del tanto auspicato tramonto di Berlusconi e si spera anche di quel fastidioso populismo peronista proprio del Berlusconismo (che purtroppo ha fatto proseliti anche nelle opposizioni).

E a guardare la gente e la piazza si può essere ottimisti, basti pensare all’entusiasmo ritrovato che si vede (nonostante i continui masochistici suicidi della sinistra tutta che hanno portato all’esclusione dalle aule parlamentari di metà della stessa, nonostante la opposizione all’acqua di rose fatta dalla metà rimasta in Parlamento) tra la gente accorsa numerosa, più di 300000, il 3 ottobre a Roma per la manifestazione in difesa della libertà di stampa. Ma anche una settimana più tardi, venerdì 9 ottobre, le piazze di 50 città italiane si sono riempite di nuovo a causa della manifestazione congiunta degli operai della Fiom-Cgil (in mobilitazione poiché preoccupati dall’atteggiamento passivo del governo che non sta facendo nulla per prevenire nuovi licenziamenti, né si sta occupando di quelle persone che hanno già perso il lavoro e non sono nemmeno coperti dalla cassa-integrazione) e del movimento studentesco scolastico e universitario (sceso in piazza perché la cosiddetta riforma Gelmini è in realtà una serie di tagli alla cultura fatti un po’ a casaccio). Bene io ero in corteo con gli studenti universitari a Milano quel venerdì, e ho potuto constatare che “L’Onda” è in perfetta forma: dopo il concentramento davanti al Castello Sforzesco, quasi 20000 ragazzi tra 14 e 24 anni hanno sfilato per le vie del capoluogo lombardo tra musica e slogan contro la ministra della distruzione pubblica MaryStar G., prima di riunirsi al corteo degli operai e uniti come ai vecchi tempi confluire insieme in piazza del Duomo dove c’è stata anche la telefonata di sostegno di Gino Strada ai compagni della Fiom.

Ora il punto è capire cosa offrirà la politica alla sinistra di questo paese: ci sarà  finalmente la volontà e la capacità da parte dei vari dirigenti di partito di dar vita a due (non di più!) partiti forti di sinistra (uno più spostato verso il centro, PD?, e uno più radicale che raccolga i vari partitini rimasti fuori dal Parlamento) in grado magari insieme di ridare lustro alla nostra bella Italia?  Ci sarà lo spazio per una sinistra intrinsecamente comunista, unica alternativa ad una deriva socialdemocratica non proprio premiata dalle recenti elezioni in Europa?

Questo è quello che la gente chiede con rabbia o con rassegnazione ormai da troppo tempo ai politici; proprio in occasione della manifestazione di Roma la telecamera di Blob ha ripreso dei vecchi compagni che quasi supplicavano Giordano & Co. di ricostituire un partito unitario, ma anche dei Giovani Democratici che chiedevano a Marino piuttosto che a Franceschini piuttosto che  a Bersani, una volta passate le primarie, di dar vita a una vera opposizione così da evitare il ripetersi di incresciosi episodi come quello che ha permesso all’ennesima porcata partorita dal Governo Berlusconi di passare in Parlamento, lo Scudo Fiscale, grazie al quale i capitali dei maggiori criminali italiani potranno tornare in patria previo pagamento di un’irrisoria ammenda (il 5%).

Io mi auguro davvero che la risposta alla domanda sia affermativa, perché in caso contrario si permetterebbe a Berlusconi & Co. Di rimettersi in sesto per l’ennesima volta il che aprirebbe la pista a desolanti scenari : un Paese dove la cultura è elitaria, dove non si premia il merito ma la scorrettezza, dove il pensiero unico è un diktat, dove è perfezionata la definitiva fusione tra Mafia e Stato, dove il fascismo è accettato senza troppi problemi, dove ci sono sempre più da una parte pochissimi ricchissimi e tantissimi poveri (grazie al miglior Primo Ministro di tutti i 150 anni di storia unitaria l’Italia ha visto crescere il tasso di povertà ed è stata superata economicamente anche dalla Spagna, mentre Lui è diventato il ventesimo uomo più ricco del mondo), e dove le libertà e i diritti civili propri di uno stato di diritto sono sempre più limitati.

Ma nel frattempo possiamo essere felici, del resto stiamo sempre davanti a Tonga!   

Cassa integrazione di stato

Vergognosi!!!

03/10/09

 

Come potranno i partiti che descrivono Berlusconi come la più seria minaccia per la democrazia

e la costituzione incontrare la simpatia degli elettori e vincere alle prossime elezioni? Con quale faccia si presenteranno insieme, per l’ennesima volta in quindici lunghi anni – un ostinato e noioso refrain – e chiameranno gli italiani a destituire il reuccio di Arcore in nome della onestà e della giustizia? Come potrà essere il PD a coagulare intorno a sé una forza DAVVERO democratica e capace di battere la destra?

 

La questione è urgente e i compagni – ancora moltissimi nella base (e solamente in quella) – del PD devono prendere atto della farsa messa quotidianamente in atto dal partito che credono tuttora l’erede del PCI. Il PD è, invece, la vergogna di ogni sinistra che si richiami alla questione morale di berlingueriana memoria.  

Ieri, al voto finale sullo scudo fiscale, erano assenti 25 deputati del PD (1 dell’IDV e 7 dell’UDC): il provvedimento – tra i più vergognosi della vergognosa condotta politica della destra perché sancisce di fatto la libertà di evadere il fisco e la possibilità per la mafia di riciclare impunemente i soldi sporchi – è passato per 20 voti!

 

Di quale antiberlusconismo stiamo dunque (stra)parlando? Sarebbe opportuno chiederlo ai forsennati candidati alla segreteria del PD, a Franceschini, a Bersani, a Marino, destinati a governare il partito delle contraddizioni.

Sarebbe opportuno chiedere loro per quali ragioni un cittadino defraudato dei diritti costituzionali, un lavoratore privato del lavoro o un giovane condannato alla precarietà quotidiana dovrebbero dare il voto a questi signori, evidentemente antiberlusconiani nei salotti televisivi, ma poi nemmeno troppo segretamente collusi con il Silvio di Palazzo Grazioli.

 

Questa è una delle contraddizioni delle quali i compagni dentro al PD, quelli della base ancora (e nonostante tutto) militante, dovrebbero tener conto: si sveglino dal torpore assoluto nel quale li ha sprofondati da troppo tempo un antiberlusconismo fittizio, di maniera.

Dalle parti del Partito Democratico la sinistra non sta più di casa, ancor meno ogni ideale che si ispiri ai principi del socialismo.

I comunisti lo hanno capito da tempo. Hanno capito, inoltre, che anche il ceto dirigente della sedicente sinistra a sinistra del PD, smaniosa di gettarsi ancora nelle braccia di Bersani, Dalema e dei furbetti del partitino, abbraccia questo antiberlusconismo peloso, sottilmente dannoso perché svuotato di ogni contenuto politico, sterilmente aggrappato ad un odio verso il reuccio di Arcore, reale nell’elettore, assolutamente di facciata nel ceto politico.

Con quale coraggio partiti come Sinistra e Libertà e Rifondazione comunista potranno annunciare una loro alleanza regionale con il PD nell’ottica di battere Berlusconi?

Chiediamocelo, compagni.

 

Dulcis in fundo.

Due giorni fa una nota esponente lesbica del PD, Paola Concia, ha partecipato ad un incontro a Casa Pound romana. Il tema: i diritti delle coppie gay. A fine serata baci e abbracci, con la Concia che apprezzava il documento presentato dai fascisti di Casa Pound – favorevoli al riconoscimento di determinati diritti alle unioni delle coppie di fatto e gay -, ritenendolo perfino migliore di ogni proposta al momento messa in campo dal PD (!!!).

Non bastassero quelle all’UDC, prendiamo atto di questa apertura ai fascisti (grazie anche al “compagno” Sansonetti, che un giorno sì e l’altro pure ospita sul suo semisconosciuto quotidiano, “L’Altro”, articoli “illuminanti” del camerata Iannone), forse nel nome di un crollo delle ideologie (sicuramente avvenuto all’interno del PD).

Ci domandiamo: ma non sono stati i fascisti a picchiare periodicamente gli omosessuali in città come Firenze e la stessa Roma e a massacrare gli extracomunitari nella capitale o a Verona?  

La Gelmini li chiama “contratti di disponibilità”: dovrebbero consistere in un anticipo di indennità e nella realizzazione di una “corsia preferenziale” (non si sa come funzionerà, per quanto, secondo quali graduatorie) per l’assegnazione di supplenze brevi a tutti quei precari che da anni vanno avanti a supplenze annuali e che quest'anno, grazie al governo, sono rimasti a casa.

 

Nella realtà dei fatti tali "contratti di disponibilità" sono solamente un’aberrazione.

La gente deve sapere che:

 

  1. esiste già una indennità per l’insegnante disoccupato: si chiama indennità di disoccupazione ed è comune a quella di tanti altri lavoratori;
  2. tali contratti sono un’umiliazione per gli insegnanti della scuola statale: non vogliono elemosina, ma lavoro. E lavoro ce ne sarebbe: basterebbe evitare i tagli alle cattedre, ai finanziamenti e ridurre l’aumento del numero di alunni per classe.
  3. Questi provvedimenti si concretizzano come una vera e propria cassa integrazione di dipendenti pubblici.

 

 La gente sappia che quest'ultima considerazione è, nei fatti, gravissima: per la prima volta nella storia di questo paese, una categoria di dipendenti pubblici - i docenti appunto - vede i propri diritti semplicemente azzerati.

A chi toccherà la prossima volta?

Adesso non sono più i privati, i padroni a licenziare e a mettere i lavoratori in prelicenziamento (la cassa integrazione, appunto), ma è LO STATO! Lo stato, cioè noi stessi...

Si tratta dell’aziendalizzazione della cosa pubblica. Tutto quanto di valdo si è fatto dal 1946 ad oggi, tutto il sistema dei diritti a salvaguardia del cittadino e del suo lavoro (e quindi della sua realizzazione sociale, culturale, economica) adesso è messo in discussione in nome di un ultraliberismo nemmeno più praticato nella sua patria di origine, gli USA.

 

Siamo a fianco dei lavoratori; siamo a fianco dei docenti; siamo contro la logica aziendale dei padroni, tanto di quelli in confindustria, quanto di quelli al governo.

 

Esortiamo tutti i compagni, in qualunque luogo, ad unirsi alla protesta degli insegnanti precari, in difesa della scuola statale. 

 

L'illusione

 America 1929, la borsa di Wall Street capitola in un disastro senza precedenti: disoccupazione, fame, miseria attanagliano gli Stati Uniti per molto tempo. Il capitale ha fatto vedere la sua faccia più dura, più violentemente economica, più distruttiva, il conflitto capitale-lavoro è spaventoso. In Europa le poche democrazie giovanissime, nate dalle ceneri della 1° guerra imperialista mondiale entravano pesantemente in crisi, la giovane Repubblica di Weimar e l’Italia liberale vivevano le ultime ore in una lenta agonia. Allora l’uscita dalla crisi fu terrificante, i paesi europei sprofondarono nel buio delle dittature nazifasciste, con tutto il dramma di guerra e di morti che si portò dietro la seconda guerra mondiale (e imperialista).

 America, 2008. Cade Wall Street. Il mondo trema sotto i colpi della finanza globale e tremontianamente creativa, o meglio è il mondo occidentale fondato sulla supremazia globale del capitale che trema: tuttavia i paesi che sono stati sfruttati fino all'osso, i paesi che vivono la mala globalizzazione, i paesi che hanno avuto le guerre preventive, ovvero la terza guerra imperialista mondiale, hanno paradossalmente risentito poco della crisi.

 Ragioniamo però in termini nostrani. È curioso che, da noi, i maggiori leader della sinistra comunista parlino di "uscita a sinistra dalla crisi", quando tra gli altri impedimenti, dettati da situazioni contingenti, quella  che è considerata la vera sinistra non è neanche rappresentata in Parlamento. E' evidente che non si esce a sinistra dalla crisi, è evidente che non lo può dire chi ha portato al disastro prima di tutto culturale e poi elettorale dei partiti comunisti in Italia.

 È francamente un’illusione pensare ad un’uscita a sinistra dalla crisi, date le condizioni oggettive della sinistra comunista nel nostro paese.

 Nel disordine mondiale le politiche di destra, ovvero quelle più autoritarie, hanno sicuramente buon gioco rispetto a quelle di sinistra: sono condizioni storiche che spesso si ripetono. Si veda a questo proposito come la sinistra sia notevolmente arretrata alle ultime europee: al di là degli errori irrecuperabili dei dirigenti politici dei partiti comunisti, il disastro ha cause culturali e storiche.

 In un sistema capitalistico e imperialista globale come il nostro, dove per salvare il sistema si utilizzano gli stessi strumenti che lo hanno fatto miseramente crollare (immissione di capitale virtuale forse not toxic), dove la grande  borghesia è padrona non solo dei mezzi di produzione ma anche della merce-uomo-lavoro, le uniche politiche che trovano l’habitat ideale sono quelle di destra, fondate sul controllo della tensione sociale creata dalla relazione “uomo-lavoro”.

 Le ultime decisioni prese dal governo sono infatti orientate al soffocamento di qualsiasi richiesta e istanza di tipo “proletario”. Le recenti leggi sulla sicurezza e il caso dell’INNSE sono veramente emblematici: gli operai che si trovano le forze dell’ordine a presidiare la fabbrica sono la fotografia di un libro di storia; “correva l’anno” 2009.

 Diverse, insomma, sono le analogie – anche nella dittatura, oggi molto più subdola – con la situazione antecedente alla presa del potere del fascismo. Una sinistra che arrivava divisa a quello storico appuntamento (c’era stato nel ‘21 il congresso di Livorno e la nascita del Partito Comunista Italiano); c’era stato il biennio rosso e l’unico sindacato esistente, la CGIL, aveva in qualche modo sbagliato strategia.

 Oggi, come allora, la sinistra comunista è divisa e in preda a convulsioni dettate da scontri tra piccoli burocrati di partito, tra ambiziosi e opportunisti dirigenti che poco hanno a che fare con le lotte proletarie. Si parla di autunno caldo (le lotte operaie sono già cominciate ed è ormai difficile dare a queste lotte un preciso indirizzo politico) e la risposta non potrà che essere una repressione sempre più dura e costante, con sindacati oggettivamente non impreparati a sostenere battaglie inevitabilmente dure, violente. Il sistema capitalistico è repressivo, il sistema capitalistico domina, e i Partiti anticapitalisti non sono in grado di impedirlo.

 I problemi sono molteplici e l’uscita a sinistra dalla crisi è una pia illusione, travestita da ennesimo slogan elettorale. Comunicare e rinnovare i concetti, cambiare  e rinnovare i quadri di Partito, analizzare la condizione operaia e interrogarsi sul vero valore del Parlamentarismo per portare avanti l’idea della condizione di classe o delle lotte operaie e studiare un po’ di storia: queste sono le esigenze irrinunciabili per un reale cambiamento di rotta.

 

Andrea V.

Il lavoro, ovvero della semplicità del fare politica

 

Come in una massima filosofica, si potrebbe dire che ogni cosa che si aggrega è destinata, prima o poi, a disgregarsi, e ogni cosa che si disgrega ha la possibilità, un giorno, di aggregarsi ancora, magari secondo modi e forme nuove.

 La Sinistra è disgregata, questo è un dato di fatto.

 I suoi partiti sono disgregati, castelli di sabbia sulla spiaggia alla fine di una giornata estiva e al mutare delle condizioni del mare.

 La domanda, quindi, non è come ri-aggregare ciò che si sta disintegrando (la decomposizione è un processo naturale e, semmai, necessita di essere accelerato): la domanda è come aggregare in forme diverse ciò che, pur disintegrato, rimane nel pulviscolo della materia informe.

 

 Il panorama politico è, sotto questo aspetto, disarmante. Il più grande partito della sinistra (il castello di sabbia che per ultimo, inevitabilmente, si sfalderà) è il Partito Democratico, la cui decomposizione sembra già avviata. All’orizzonte si intravedono forme diverse – un “grande centro”, un partito socialdemocratico – che avranno quali fautori i soliti “vecchi”, dinosauri di una politica di ormai dalemiana memoria.

 Più a sinistra nuove formazioni, balde e speranzose, sembrano già perire in culla – il riferimento è all’effimera Sinistra e Libertà -, soffocate da una condotta politica (e non, invece, da un’idea) che di innovativo ha ben poco, se non la spregiudicatezza di quelli che iperbolicamente possono essere detti leader, che trovano nella buona fede della base – ancora una volta! – il lasciapassare per una sempre ambitissima poltrona.

 

 Non è questo il luogo in cui si debbano affrontare le vicende dei partiti vecchi e nuovi della sinistra italiana, piuttosto, come si scriveva all’inizio, interrogarsi su cosa debba intendersi quale elemento di vera aggregazione popolare che, a sinistra, possa dar vita ad una forza politica davvero alternativa al sistema in sfacelo del parlamentarismo italiano.

 

 Ci si affanna, in questo spicchio di cielo sempre più stretto che si chiama sinistra, a pensare a tutto tondo, a volgere lo sguardo a 360º sull’orizzonte della politica mondiale: si elencano le battaglie da portare avanti, quelle sulle quali impiegare le risorse di un esercito che si vorrebbe infinito, ma che in realtà appare limitatissimo quanto a numero di militanti e a capacità di manovra.

E allora si parla dei diritti dei migranti, di quelli dell’universo LGBTQI, di bioetica; si (stra)parla di precariato, di pacifismo, di diritto all’istruzione e alla partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica del Paese.

E finisce che in questo marasma di priorità, la Sinistra si perda ad inseguire la priorità del momento, quella che in genere è – artatamente – dettata dai media nazionali, notoriamente non estranei a manipolazioni che non si deve più esitare a definire “borghesi”.  

 

 Come evitare di disperdere le proprie scarse energie? Come trovare il filo che possa condurci fuori dal labirinto in cui ci siamo persi nel corso di questi ultimi trent’anni? Come individuare il punto sul quale fare leva per muovere il mondo?

 

 Qui tornano le care, vecchie idee, le categorie che troppi – soprattutto a sinistra – si sono affrettati a scartare, improvvidamente convinti di poter cavalcare la tigre (il capitalismo, la società occidentale) senza gli strumenti adeguati. Si trattava, e si tratta ancora oggi, di riproporre le stesse idee, ancora valide, ma in un linguaggio che sia comprensibile ai molti.

 Ma – cosa di eccezionale importanza – si tratta di colpire, di reagire, di contrattaccare là dove i padroni di sempre hanno concentrato i colpi della loro politica neoliberista: il lavoro.

 

Ecco, il lavoro è, oggi come un secolo fa, il ganglio terminale attorno al quale si addensa l’intera struttura (ma si potrebbe dire, con termine inopinatamente desueto, la sovrastruttura) della società moderna.

Il lavoro è il nervo scoperto dei rapporti tra un gruppo ristretto di cittadini (che sono ricchi e hanno il potere) e la massa di tutti gli altri che, inerme e incosciente, li serve (tradotto è la chiave di volta che regge la gerarchia delle classi sociali).

Il lavoro è pane per tutti; il lavoro è possibilità di garantire ad ognuno il livello minimo di dignità e, quindi, di istruzione e di emancipazione culturale, premessa di quella sociale.

Il lavoro è, quindi, la pietra angolare sulla quale si regge l’architettura dei diritti universali, troppo spesso strumentalmente decantati, ma in generale assolutamente disattesi.

 

Una sinistra, quindi, che non si ponga come diga di fronte all’attacco al mondo del lavoro portato dai governanti dei paesi occidentali (e, naturalmente, da questo governo che colpisce il diritto allo sciopero, diffonde la precarietà, riesuma le gabbie salariali), non è una sinistra utile.

Questa sarà la battaglia finale, la Stalingrado della nostra (r)esistenza politica. Dalla difesa del lavoro, a pioggia, deriveranno successi anche nell'ambito delle altre lotte politiche (bioetica, diritti civili, redistribuzione della ricchezza e delle opportunità sociali).

In questo contesto la parte comunista è fondamentale proprio per la sua naturale predisposizione a fare del lavoro il centro della discussione e della lotta politica.

Per questo il movimento della Sinistra Popolare - di tutti i comunisti che lo animano - vuole riportare l’attenzione e l’azione sulle innumerevoli lotte (si veda ciò che accade in questi giorni all’INNSE di Milano, alla Manuli di Ascoli; si seguano e si sostengano i tentativi di rilanciare la lotta di classe in difesa del lavoro) che hanno la loro priorità nelle condizioni di lavoro, nei rapporti tra datori e lavoratori, nei diritti che hanno i lavoratori nell’ambito delle strategie produttive delle aziende e, quindi, nel diritto ad esprimersi sull’uso dei mezzi di produzione.

 L’autonomia, la capacità di fare scelte e di prendere decisioni, insomma, non possono essere riconosciute solamente a chi dispone dei capitali per acquistare mezzi di produzione e forza lavoro – ai padroni, detto in termini popolari -, ma anche a chi materialmente detiene la forza lavoro – gli operai – che giornalmente impiegano le loro braccia, la loro esperienza professionale, la loro competenza ed il loro tempo nel processo produttivo.

 

I comunisti devono avere la forza e la costanza di richiedere questo impegno ai partiti che, nell’arco istituzionale, si fregiano di appartenere alla sinistra, di essere espressione del mondo del lavoro.

I comunisti devono rappresentare il nodo di raccordo tra un passato che non è mai passato veramente e un presente che, per molti aspetti delle sue politiche neoliberiste, sembra voler tornare indietro di secoli, a quel mondo premoderno in cui l’uomo poteva bellamente arricchirsi con lo sfruttamento di un suo simile.

Fino a quando l'analisi marxista sarà in grado - come è ancora oggi - di descrivere e spiegare le dinamiche storiche, sociali e politiche, i comunisti saranno protagonisti imprescindibili nell’azione di ogni forza progressista. 

 

Marco T.

 

 

 

 

Letture di economia politica marxista-leninista

E' iniziato martedì 1 marzo, presso la nostra sede in via Donghi n. 13, un corso di formazione di partito, avente per oggetto l'economia politica.

La prima lettura è stata dedicata al "Metodo e oggetto dell'economia politica".

I successivi appuntamenti saranno calendarizzati nella rubrica Eventi, mentre i testi delle letture saranno disponibili nella sezione Teoria e Prassi Marxista-Leninista nella sottosezione Economia Politica Marxista-Leninista.

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