Lavoro...
Con i lavoratori AMT 2
04/10/10
Autisti AMT in sciopero (il nuovo piano aziendale prevede 600 esuberi su 2400 dipendenti); lavoratori del Teatro Carlo Felice in lotta; operai della FIOM che si preparano al grande sciopero del 16 ottobre contro l'attacco fatto al Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro. Fin qui tutto bene, dal nostro punto di vista: le rivendicazioni operaie contro i padroni, la lotta contro il capitale incarnato dai vari Marchionne, Calearo, Montezemolo.
Qualcosa, però, ancora non funziona. Queste lotte difficilmente sfociano in conquiste. Gli operai difficilmente ottengono risultati concreti, tangibili di cambiamento della loro condizione. Manca qualcosa, manca più di una cosa. È fin troppo facile, ma non è mai troppo ricordarlo. Manca un Partito di classe che porti avanti le istanze e le rappresentanze politiche dei lavoratori e ne sappia leggere le aspirazioni e i bisogni nonché le dinamiche interne sempre in mutazione; manca un sindacato di classe che difenda quanto conquistato, in termini di diritti, da operai e lavoratori in generale.
Manca, perciò, una vera coscienza di classe che funzioni da spinta ideale e da collante di lotta tra le diverse categorie dei lavoratori che, negli ultimi decenni, sono state “parcellizzate” per indebolirne il movimento di base, unico reale anticorpo alle logiche e ai modelli di produzione del mondo capitalistico. “Mettere in rete” le lotte, riportando per questo al centro del discorso politico la nascita di un nuovo Partito Comunista in Italia, alternativo alle forze borghesi (PD e IDV) e, ovviamente, ai nemici per eccellenza, la destra.
È la sfida da intraprendere, fuori dalle logiche di potere che hanno fagocitato I Partiti sedicenti comunisti. Non è una sfida che si risolverà in poco tempo, ma crediamo sia un dovere imprescindibile per chi crede in una precisa idea di società. D'altronde “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso” (El Che).
Con i lavoratori AMT
02/10/10
Non possiamo esclusivamente limitarci ad esprimere la nostra solidarietà con i lavoratori AMT che, oggi, hanno deciso di procedere ad una giornata di "sciopero selvaggio" (ma esisterebbe, poi, uno "sciopero civile"? Magari come quello, ridicolo, che i sindacati, anche la CGIL, si apprestano a proclamare in altri settori, come la scuola, dove la FLC CGIL ligure ha indetto per l'8 ottobre lo sciopero della prima - sic!!! - ora di lezione, alla faccia della visibilità e della coscienza di classe), ma affermiamo anche la nostra soddisfazione per la sua riuscita e per la rinascita della voglia di lottare da parte di tanti lavoratori.
I lavoratori di AMT lottano per il posto di lavoro e non solo: lottano per i diritti, anche dei semplici cittadini, ad avere un servizio di trasporto pubblico degno di una società civile.
E' vero, tali forme di sciopero possono portare alla popolazione seri disagi, ma siamo altrettanto convinti che la popolazione capisca, e condivida, la preoccupazione dei lavoratori per un futuro che non c'è. Siamo in buona compagnia, quindi, a fianco dei lavoratori AMT: siamo stanchi di una giunta di centrosinistra che, quotidianamente, non manca di tradire il mandato dei propri elettori, facendosi artefice di scelte degne della peggiore destra liberista.
Vogliamo ricordare, qui, anche i lavoratori del Carlo Felice, vittime di una sorte simile ai colleghi di AMT (tutti i lavoratori sono colleghi!), trattati come merce dalla sindaco Vincenzi e dal nuovo sindaco-ombra Riccardo Garrone.
A tutti questi lavoratori, che mettono la loro faccia e la loro vita in difesa dei diritti di tutti, va il nostro grazie.
Comunisti - Sinistra popolare Liguria
Una giornata al Centro per l'Impiego
06/08/10
I Centri per l’Impiego, nome alquanto pomposo, hanno sostituito da qualche anno i vecchi uffici per il Collocamento. Le funzioni sono rimaste bene o male le stesse, con strumenti certo più avanzati: sostanzialmente aiutare chi è senza lavoro a trovare una collocazione occupazionale o meglio attivare tutte le risorse possibili per raggiungere questo obiettivo.
Benissimo, soprattutto in tempi di crisi.
Ma non è tutto oro ciò che luccica, dice un vecchio proverbio, e se ne può rendere particolarmente conto chi ha la sfortuna di passare per uno di questi Centri. Almeno nella realtà genovese.
Il primo impatto è la quantità notevole di persone che sono presenti nella sala d’aspetto. Indice dei tempi. I numeri “eliminacode” che scorrono con una lentezza impressionante. Un libro, un giornale e un caffé sono i modi migliori per far scorrere un tempo che sembra statico, annullato. Poi, finalmente, ecco arrivare il proprio turno. A questo punto un minimo di aspettativa c’è, la speranza che qualcosa si muova nella propria vita precaria.
L’impiegato è gentile. Le domande sono quelle retoriche, quasi un disco rotto. Alcune domande di routine. Due minuti e la stampante accanto l’operatore espelle belle pagine fumanti dai titoli anch’essi pomposi “Scheda anagrafico-professionale” (ovvero un curriculum) e il “Patto di servizio”, che recita:
il PATTO consiste in un impegno reciproco a perseguire coerentemente gli obiettivi in esso definiti d’intesa tra il Centro per l’impiego e il/la lavoratore/trice. La violazione degli impegni assunti con il PATTO comporta la perdita dello stato di disoccupazione e dei benefici e servizi ad esso connessi.
Continua aggiungendo che il lavoratore si impegna a cercare lavoro attraverso i canali pubblici e privati e la propria rete di relazioni (arrangiati! insomma...).
Utilità: ZERO.
Mai avuto l’onore di ricevere una (leggasi: UNA!) telefonata o una mail dal Centro per l’impiego; nessuna informazione su come muoversi per cercare un lavoro; nessuna informazione sulle possibilità che ci sono (probabilmente non ce ne sono); solo un grazie e arrivederci!
Non so come siano altre realtà, ma a giudicare da ciò che ho visto viene da pensare che questi Centri siano diventati l’ennesimo buco di burocrazia, mantenuti dai cittadini in cambio di ben pochi benefici.
PS: I Centri per l’Impiego sono in ogni provincia e rispondono alla Regione. L’Assessore al Lavoro si autodefinisce comunista.
Andrea V.
Lavoratori di tutto il mondo (sveglitevi e) unitevi...
01/02/2010
L’esternalizzazione è una delle armi micidiali di sotto-occupazione di massa di cui il padronato, eufemisticamente indicato sotto il termine di classe imprenditrice, fa larghissimo uso alle spalle dei lavoratori.
Come funziona:
per tagliare posti di lavoro una grande/media azienda (che da qui in avanti chiameremo azienda A) affida o appalta interi settori di produzione e servizi a una ditta esterna (che da qui in avanti chiameremo azienda B), molto spesso una “cooperativa”, che utilizza propri dipendenti pagandoli una miseria.
Il vantaggio dell’azienda A è che risparmia sul costo del lavoro, licenziando personale paradossalmente riassunto (per svolgere le stesse mansioni di prima!!!) dall’azienda B.
Quest'ultima riceve dall’azienda A un compenso per i servizi svolti, ma paga i propri lavoratori molto meno di quanto facesse l’azienda A. È chiaro che l’azienda B ha i suoi interessi: essa si nutre, come un avvoltoio, della parte di stipendio che sarebbe spettato, invece, ai lavoratori.
In tutto questo l’unico soggetto debole è proprio il lavoratore che, licenziato, perde tutti i diritti e le garanzie legate al posto fisso e rimane con tutte le insicurezze che gli derivano da un nuovo contratto che, come minimo, non rientra sotto le tutele previste dallo statuto dei lavoratori o addirittura rientra nelle tipologie di lavoro precario.
Si tratta della solita, secolare storia, già evidenziata da Marx: gli imprenditori (i padroni, i capitalisti) ottengono sempre maggiore ricchezza lucrando sui lavoratori, che vengono espropriati del proprio lavoro e dei sacrosanti diritti ad esso connessi.
Oggi un esempio eclatante giunge da Battipaglia, in provincia di Salerno. Qui l’Alcatel, multinazionale francese, sta tagliando posti di lavoro, perché vuole delocalizzare una parte della produzione in Cina. Da qui la scelta di esternalizzare la parte della produzione che rimarrà in Italia: l’Alcatel “genera” la Meditel, una società che opera nel salernitano e ottiene un ramo di produzione prima gestito direttamente da Alcatel.
Accadeva (fino a ieri) che i rapaci padroni della Meditel assumessero lavoratori in nero, pagandoli una miseria (25 euro al giorno, stessa paga degli schiavi di Rosarno) e facendoli lavorare in un capannone senza le più elementari garanzie di igiene e di sicurezza. I lavoratori in nero erano reclutati da un caporale (operante dentro lo stabilimento Alcatel) e costretti al silenzio perché, ricevendo il sussidio di disoccupazione, potevano finire nei pasticci. I colleghi dell’Alcatel hanno scoperto tutto e hanno messo in moto l’autorità competente, che ha proceduto al sequestro dell’”impianto”.
La storia ritorna: lavoratori di tutto il mondo, o perlomeno d’Italia, svegliatevi e unitevi, magari evitando di cedere alle sirene della lega, tutte tese a mettere proletari contro proletari (come è successo a Rosarno). La lega specula sulla paura dei lavoratori ed è al pieno servizio dei padroni.
POSTE ITALIANE: un nuovo scenario nella guerra nazionale ai diritti dei lavoratori
23/09/09
Come tutte le aziende in fase di ristrutturazione, anche le Poste Italiane soffrono delle problematiche tipiche delle ex-amministrazioni statali che si trovano a dover entrare nel mercato globalizzato. Dal 2011, infatti, con la liberalizzazione del mercato postale, chiunque potrà svolgere questo tipo di servizio.
Quando le organizzazioni sindacali (escluso Cobas Pt CUB, aderente alla confederazione unitaria di base) hanno dato il loro benestare a questa trasformazione, la tutela dei diritti dei lavoratori è andata progressivamente deteriorando. Tutto è basato sulla logica del mercato e, in quest’ottica, sono i salari a pagare dazio, sempre insufficienti ad affrontare il montante carovita.
Tutto inizia con la trasformazione degli uffici postali in vere e proprie banche che, grazie alla radicalizzazione sul territorio, riescono ad acquisire una buona fetta di mercato. Gli uffici postali, poi, diversificando e ampliando la loro offerta, non più basata solo sui classici prodotti di risparmio postale, arrivano perfino a vendere prodotti editoriali quali libri, cd musicali, film e giungono a svolgere anche le funzioni di un operatore telefonico.
Parallelamente gli “storici” servizi postali (smistamento, ripartizione e consegna della corrispondenza) sono stati surclassati dai moderni mezzi di comunicazione (sms, fax ed e-mail). Questo ha costituito il miglior pretesto, da parte della dirigenza, per depotenziare il personale addetto ai servizi di cui sopra, abbandonandolo al suo destino e alla precarietà del posto di lavoro.
Nell’ultimo anno c’è stato un calo del traffico di quasi il 30%, a fronte di un utile finanziario di più di 800 milioni di euro: alla faccia dei lavoratori l’amministratore delegato si è messo in tasca più di 4 milioni di euro!
Si tenga presente che un lavoratore medio guadagna, senza competenze accessorie, circa 1150 euro al mese.
A fronte di un salario così basso, al lavoratore è stato paradossalmente richiesto un sforzo maggiore per contribuire a risanare l’azienda e, grazie alla benevolenza confederale, i dipendenti sono oberati di un aumento dei carichi di lavoro con orari lavorativi che non permettono agli stessi di curare la propria vita sociale.
Si tratta delle stesse dinamiche comuni ad altre aziende, come ben dimostra il caso AMT scoppiato a Genova negli ultimi tempi: i “lavoratori” cantano e portano la croce, i “padroni” ringraziano!
Per Poste italiane le prospettive non sono positive. Sarà fisiologica un’ulteriore diminuzione del lavoro tradizionale, dal momento che gli utenti saranno “tentati” di usufruire del nuovo servizio telefonico, sicuramente a tariffe più economiche. L’azienda, inoltre, pare intenzionata a depotenziare i servizi di recapito, eliminando la “posta prioritaria” con cui si garantiva la consegna al destinatario il giorno seguente a quello di spedizione.
A questo proposito c’è un ulteriore appunto da muovere alla dirigenza di Poste Italiane: si è reclamizzato tanto questo servizio ma, in realtà, non si è quasi mai riusciti a consegnare la corrispondenza entro i limiti previsti. Il trucco, per fare vedere che il servizio funzionava, è sempre stato quello di non apporre il timbro con la data dall’ufficio di partenza, quindi nessuno poteva verificare se effettivamente la posta era stata consegnata il giorno dopo.
Diabolico.
Indegno per un servizio pubblico così importante.
L’ultimo pericolo per i lavoratori consiste nel cosiddetto spezzatino: lo scorporo del bancoposta dai servizi di smistamento e recapito, attivando contratti di lavoro sempre più soggetti alla produttività, all’utile conseguito e sempre meno equi per i lavoratori.
Questa significherà:
- salari inadeguati al crescente costo della vita (scala mobile, dove sei?);
- aumento della precarietà e permanente stato di ricattato per i lavoratori in nome del mantenimento del posto di lavoro.
Per Poste Italiane (un tempo grande contenitore di voti per la defunta DC) si è aperta una fase molto delicata: non certo per i manager, i direttori di CMP (centro meccanizzato postale) e gli impiegati nelle Risorse umane (quasi sempre sponsorizzati da parenti o amici del sindacalista di turno) che, grazie al potere decisionale “regalato” dai confederati, potranno avvalersi dei consueti premi di fine anno.
Per la stragande maggioranza degli operatori, invece, rimarrà solamente l’elemosina.
Comunisti-
Sinistra Popolare Liguria