LETTURE DI ECONOMIA POLITICA MARXISTA-LENINISTA
Premessa
Questi appunti schematici costituiscono la base per un elementare approccio ad una delle componenti essenziali del marxismo-leninismo. Non pretendono di avere lo spessore di un corso universitario, ma si pongono soltanto l'obiettivo, nelle condizioni odierne già molto ambizioso, di consentire ai nostri militanti di riappropriarsi delle fondamentali categorie di pensiero, degli strumenti analitici e programmatici, del linguaggio, propri del marxismo-leninismo e assunti dal movimento comunista internazionale come ispirazione e base teorica della propria prassi rivoluzionaria. Questa riappropriazione è condizione imprescindibile per riacquistare quell'autonomia analitica e progettuale di cui i comunisti non possono fare a meno.
Si raccomanda particolare attenzione alla assimilazione delle corrette definizioni, in quanto fondamentali per la comprensione dei relativi contenuti. Un approccio scientifico non tollera approssimazioni neppure nel linguaggio.
Altrettanto insostituibile è il lavoro di approfondimento e studio individuale, con cui ciascun compagno deve integrare i momenti di studio e discussione collettiva.
CAPITOLO I
OGGETTO E METODO DELL'ECONOMIA POLITICA
L'economia politica è la scienza sociale che studia i rapporti che si determinano tra gli uomini nell'ambito del processo di produzione dei beni, ossia la struttura sociale della produzione.
Le principali opere in cui i fondatori del comunismo scientifico affrontano l'analisi dell'economia politica, del suo oggetto e del suo metodo sono: “Per la critica dell'economia politica”, “Introduzione ai Manoscritti Economici” (1857-1858) di K. Marx, la prefazione di F. Engels alla prima edizione del II° volume de “Il Capitale”, “Anti-Dühring” (seconda sezione) di F. Engels, la recensione di V.I. Lenin al “Breve corso di scienza economica” di Bogdanov, “Sviluppo del capitalismo in Russia” e “L'imperialismo, fase suprema del capitalismo”, sempre di Lenin, “Questioni del leninismo” e “Problemi economici del socialismo nell'URSS” di J. Stalin (soprattutto per quanto attiene all'economia politica del socialismo).
K. Marx e F. Engels basano la loro opera sul metodo di conoscenza scientifica proprio del materialismo dialettico, da loro stessi elaborato e della sua estensione al campo dei fenomeni sociali nella storia, il materialismo storico.
1. La produzione sociale e il suo ruolo nello sviluppo della società umana
1.1. La produzione materiale e il processo di lavoro
La produzione materiale è il fondamento della vita umana. Il primo atto storico dell'uomo consiste nella produzione dei mezzi per la soddisfazione delle necessità materiali delle persone.
La produzione sociale riassume in sé:
-
il processo di interazione tra l'uomo e la natura (determina lo stato delle forze di produzione);
-
l'insieme dei rapporti economici che ne derivano (rapporti sociali di produzione).
Il processo di interazione tra l'uomo e la natura è il processo di lavoro, che avviene sempre in forme sociali determinate e presuppone:
-
lavoro umano;
-
oggetto del lavoro;
-
mezzi di lavoro.
Il lavoro è un processo di attività cosciente e finalizzata dell'uomo, che si distingue dall'animale in quanto produce e riproduce coscientemente il necessario alla propria esistenza per mezzo del lavoro, unico suo patrimonio naturale. Attraverso il lavoro, l'uomo conosce e trasforma la natura, ma anche la sua stessa natura è trasformata da questo processo.
L'oggetto del lavoro è costituito dalla materia naturale verso la quale si esercita il lavoro. Se ha già subito la sua azione ma è destinato ad ulteriore intervento del lavoro umano, si definisce come materia prima(tutte le materie prime sono oggetti del lavoro, ma non tutti gli oggetti del lavoro sono materie prime).
I mezzi di lavoro sono costituiti da tutto ciò con cui l'uomo agisce sull'oggetto del lavoro. Si tratta degli strumenti di lavoro, dalla cui predisposizione trae origine il lavoro umano, ma anche dall'insieme delle condizioni materiali, senza le quali il lavoro non può realizzarsi (ad es., la terra, gli edifici, le strade, la tecnica e la tecnologia, ecc.).
I mezzi di lavoro e gli oggetti del lavoro costituiscono imezzi di produzione, che esistono in quanto tali solo in interazione con il lavoro umano, senza il quale perdono il loro significato. Il lavoro, a sua volta, non esiste senza di essi. Perciò, il processo di lavoro non è la somma meccanica dei suoi tre componenti, ma è la loro unità organica e dialettica, fulcro della quale è l'essere umano. Trasformando la natura, l'uomo crea beni materiali, cioè beni di consumo personale e beni di consumo produttivo.
Il risultato del processo di lavoro è il prodotto del lavoro, pertanto, dal punto di vista del risultato, il lavoro si caratterizza come lavoro produttivoe il processo di lavoro come processo di produzione.
Queste sono la sostanza e le caratteristiche generali del lavoro, indipendentemente dalla forma sociale in cui si svolge.
1.2. La produzione sociale: forze produttive e rapporti di produzione
Il processo di lavoro viene realizzato da individui inseriti nella società. Lo sviluppo della produzione comporta una crescita dell'interdipendenza degli individui tra loro. Pertanto, presupposto del processo di lavoro è la società, non l'individuo isolato e quindi la produzione è sempre produzione sociale.
Questa si articola in due aspetti indissolubilmente legati:
-
le forze produttive (mezzi di produzione e esseri umani, che ne costituiscono il motore), il cui grado di sviluppo è determinato dal livello di divisione sociale del lavoro, dal livello dei mezzi di lavoro e della tecnica, ma anche dall'esperienza, dalle conoscenze e dalla cultura umane; esse esistono quindi come forze di produzione sociale;
-
i rapporti sociali di produzione, o rapporti economici, cioè relazioni di interdipendenza sociale nelle quali gli uomini entrano, indipendentemente dalla loro volontà, nel loro interagire con la natura.
1.3. L'essenza dei rapporti di produzione
I rapporti sociali di produzionesi distinguono dai rapporti tecnici di produzione, cioè da quei rapporti tra persone determinati dalla loro collocazione nella produzione diretta e, principalmente, dal livello della tecnica, della tecnologia e dal tipo di organizzazione del lavoro. Ma la collocazione delle persone all'interno della produzione presuppone che esse si trovino già in determinati rapporti sociali.
I rapporti economici sono, prima di tutto, rapporti di proprietà imposti dal processo produttivo. I beni prodotti sono destinati al consumo, ma per consumarli devo prima appropriarmene, per cui non vi è produzione senza appropriazione, il che genera rapporti sociali particolari tra le persone.
I rapporti di proprietà sono quindi rapporti sociali tra persone e corrispondono alla relazione che queste hanno con i mezzi di produzione e con i beni prodotti, a seconda che appartengano o non appartengano loroe sono la precondizione per la partecipazione delle persone alla produzione. Pertanto essi si definiscono come rapporti di produzione, o economici e, anche se sono collegati alle “cose” e si manifestano attraverso di esse, sono sempre rapporti tra persone.
E' errato considerarli rapporti giuridici. Il diritto di proprietà è solo la proiezione sul piano giuridico del preesistente rapporto di proprietà.
In base alla relazione che la società ha con i mezzi di produzione e con il prodotto, avremo pertanto:
-
proprietà sociale, se tutta la società si rapporta a questi come a cosa propria;
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proprietà privata, se soltanto gruppi o addirittura singoli individui, si rapportano a questi come a cosa propria.
Nell'ambito dei rapporti di produzione o, il che è lo stesso, di proprietà, giocano un ruolo primario i rapporti di proprietà dei mezzi di produzione, da cui derivano tutti gli altri.
2. Correlazione tra produzione, distribuzione, scambio e consumo
I rapporti di produzione non si esauriscono nei rapporti diretti di produzione (che si instaurano nel processo di produzione),che però ne costituiscono la parte più importante, in quanto esprimono la combinazione del lavoro umano con i mezzi di produzione, venendo a determinare lo scambio di attività tra le persone e, conseguentemente, tutti gli altri rapporti economici. Il modo con cui si combinano le persone con i mezzi di produzione, determinando le forme di scambio della loro attività, esprime l'effettivo grado di sottomissione delle persone ai dati rapporti di produzione.
I rapporti diretti di produzione determinano i rapporti di distribuzione, cioè il successivo utilizzo dei beni prodotti. La distribuzione è una sfera relativamente autonoma dell'economia. I rapporti di distribuzione sono il rovescio della medaglia dei rapporti di produzione, una conseguenza e, al tempo stesso, una componente di questi ultimi, indissolubilmente legata alla proprietà dei mezzi di produzione e al corrispondente modo di scambio di attività delle persone. Scrive Marx: “prima di essere distribuzione di prodotti, essa è: 1) distribuzione di strumenti di produzione e 2) distribuzione dei membri della società tra i diversi rami produttivi – cosa che costituisce un'ulteriore definizione dello stesso rapporto.... La distribuzione di prodotti è, evidentemente, solo il risultato di questa distribuzione”.
Dallo scambio di attività, che attiene direttamente alla produzione, occorre distinguere lo scambio di prodotti, che è successivo, dipende dai rapporti di proprietà dei mezzi di produzione e può essere di tipo diretto oppure di tipo mercantile, quando il prodotto assume carattere di merce, fino ad arrivare alla compravendita attraverso il denaro. Lo scambio mercantile non è sempre esistito e non è eterno, ma storicamente determinato.
Consumo e produzione, benché siano processi di segno opposto, sono indissolubilmente legati, interagiscono e non possono esistere l'uno senza l'altro, per questo i rapporti di consumosono una delle forme più importanti con cui si esprimono i rapporti economici.
Produzione, distribuzione, scambio e consumo sono tra loro dialetticamente connessi e concorrono a formare un unico processo di riproduzione.
fig. 1 – Composizione e unità dialettica dei rapporti sociali (o economici) di produzione
Tuttavia, come accade in ogni “unità del molteplice” (unità organica di elementi diversi), vi è un elemento preponderante che ne determina l'unità stessa. Nel caso dei rapporti di produzione, l'unità dialettica delle componenti è determinata dai rapporti di proprietà dei mezzi di produzione, che determinano tutto il sistema dei rapporti nelle sfere della produzione, della distribuzione, dello scambio e del consumo.
Le forze produttive svolgono un ruolo decisivo nello sviluppo e nel cambiamento dei rapporti di produzione, determinati dal livello e dalle caratteristiche delle prime.
Il modo di produzione è costituito dall'unità dialettica di forze produttive e rapporti di produzione.
3. L'unità dialettica di forze produttive e rapporti di produzione. Il concetto di formazione economico-sociale
3.1. Unità di forze produttive e rapporti di produzione
“L'economia politica non è tecnologia” (K. Marx) e ancora “L'economia politica non si occupa della 'produzione', ma di rapporti sociali tra persone nella produzione, del sistema sociale di produzione”(V.I. Lenin).
I rapporti di produzione sono la forma sociale dello sviluppo delle forze produttive, la cui componente più importante è costituita dai lavoratori. Per questo l'economia politica studia i rapporti di produzione nella loro interdipendenza dalle forze produttive, in quanto ogni forma è inscindibilmente legata al contenuto.
Il carattere e il livello di sviluppo delle forze produttive determinano i rapporti di proprietà dei mezzi di produzione e quindi tutta la successiva catena dei rapporti di produzione, i quali, a loro volta, esercitano una profonda influenza sulle forze produttive, spingendole o frenandole, a volte addirittura provocandone la distruzione. Dimenticare questo legame può portare ad errori teorici e pratici, come la teoria dello spontaneismo in Bukharin.
Senza studiare le forze produttive non è possibile comprendere i rapporti di produzione. Una macchina in sé non è una categoria economica, ma quando ad essa viene applicato il lavoro umano, l'utilizzo della macchina diventa uno dei rapporti del sistema economico.
In sostanza, l'economia politica studia il modo di utilizzo delle forze produttive nell'ambito di dati rapporti di produzione, l'influenza di questi sullo sviluppo delle forze produttive, le conseguenze economico-sociali di questa interazione.
3.2. I rapporti di produzione e la struttura sociale della società
I rapporti di produzione determinano la struttura sociale. Là, dove si caratterizzano attraverso la proprietà privata, determinano la divisione in classi della società.
Lenin scrive: “Si definiscono classi grandi gruppi di persone, che si distinguono:
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per la loro collocazione in un sistema di produzione sociale storicamente determinato,
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per la loro relazione con i mezzi di produzione (quasi sempre fissata e formalizzata per legge),
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per il loro ruolo nell'organizzazione sociale del lavoro,
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per la misura e la modalità di ottenimento di quella parte di ricchezza sociale di cui dispongono.
Le classi sono gruppi di persone, tra i quali un gruppo può appropriarsi del lavoro dell'altro grazie alla differenziazione della sua posizione in un determinato ordinamento dell'economia sociale.”.
In presenza di proprietà privata dei mezzi di produzione, il prodotto del lavoro viene sempre appropriato dalla classe sfruttatrice, mentre la classe sfruttata dei produttori diretti-lavoratori riceve solo una parte della ricchezza prodotta, solo quella necessaria al proprio sostentamento, talvolta addirittura in misura insufficiente.
Anchele classi non sono sempre esistite, né sono un fenomeno eterno, ma storicamente determinato e destinato all'estinzione con la scomparsa della proprietà privata.
3.3. L'economia politica e il ruolo economico dello stato
L'economia politica, in una società divisa in classi, studia i rapporti economici tra le persone principalmente come rapporti tra le classi e, pertanto non può ignorare quella forma particolare dei rapporti di classe che chiamiamo stato.
Scrive Engels: “... lo stato in generale è soltanto l'espressione, in forma concentrata, delle esigenze economiche della classe dominante nella produzione...”.
Nelle economie capitalistiche moderne il ruolo e l'intervento dello stato hanno assunto un peso crescente e diversificato nel tempo. Anche là, dove sussistono forme di proprietà statale, queste non mettono in discussione il dominio del capitale - come affermano socialdemocratici e revisionisti -, anzi sono ad esso funzionali. Per chiarire il carattere della proprietà statale occorre verificare quali classi giocano un ruolo effettivamente dominante nello stato. Ancora Engels ci insegna che lo stato borghese, proprietario di mezzi di produzione, agisce come un capitalista collettivo, ossia rappresenta la classe dei capitalisti in generale.
Lo stato come forma fondamentale di sovrastruttura politica è studiato da altre discipline; all'economia politica interessa nel suo aspetto di forza economica agente, generata dalla struttura e che influisce su di essa.
L'unità dialettica di un modo di produzione storicamente determinato e della sua corrispondente sovrastruttura si definisce formazione economico-sociale.
4. Il metodo dell'economia politica
4.1. Applicazione del metodo della dialettica materialista all'economia politica
L'indagine della vita sociale è un processo complesso e richiede il passaggio “dall'osservazione viva al pensiero astratto e da questo alla prassi...” (V.I. Lenin).
L'osservazione della realtà costituisce solo il punto di partenza, poiché mostra solo l'aspetto esteriore dei fenomeni, non ne spiega la sostanza, ma accumula dati di fatto. Per non cadere nell'empirismo, occorre che venga assunto e studiato tutto l'insieme dei fatti interconnessi al fenomeno studiato. Per rivelare la sostanza del reale, occorre svolgere un accurato lavoro di sistematizzazione dei fatti, passando al livello del pensiero scientifico che, come scriveva Lenin, è “processo di una serie di astrazioni, di formazione, di creazione di concetti e leggi...”.
Astrazioni scientifiche si definiscono concetti generalizzati, elaborati dal pensiero umano e sottratti all'immediata concretezza del fenomeno.
Partendo dall'osservazione della realtà oggettiva, l'astrazione consente di separare l'essenziale dall'inessenziale e, quindi, di elaborare espressioni logiche generalizzate della realtà stessa.
Durante il processo di astrazione, il pensiero non si distacca dalla realtà, ma penetra al suo interno, passando dal fenomeno alla sua sostanza. Se si verificasse un allontanamento dalla realtà, si ricadrebbe nell'idealismo, cioè nell'errore di falsificare il rapporto tra essere e coscienza, presentando quest'ultima come sostanza del primo, cosa che si osserva spesso nel pensiero economico borghese.
La vita economica è una realtà oggettiva, indipendente dalla volontà delle persone, benché composta da un insieme di loro attività coscienti. I rapporti di produzione che la caratterizzano presentano una superficie visibile, una forma e un contenuto non immediatamente apparente che la determina. Compito dell'economia politica è l'individuazione degli aspetti essenziali dei fenomeni economici, dei loro legami, delle loro interazioni e del loro “conflitto” per conoscere l'economia in quanto tale e le leggi del suo sviluppo.
Il metodo scientifico non è identico per tutte le scienze. La scienza economico-politica utilizza il pensiero scientifico astratto, basato sulla logica dialettica e sui suoi principali strumenti, analisi e sintesi.
Nel processo di analisi il pensiero passa dal concreto (visibile) all'astratto, sezionando il fenomeno studiato nelle sue componenti e aspetti.
Nel processo di sintesiavviene il contrario, cioè il fenomeno viene studiato nei rapporti reciproci tra le sue componenti, nella sua totalità e interezza, nel movimento delle contraddizioni, rivelando le vie e le forme per la loro soluzione. Si passa quindi dall'astratto al concreto, dalla comprensione della sostanza del fenomeno al suo manifestarsi nella molteplicità del reale.
In altre parole, se l'analisi disseziona il fenomeno, rivelandone l'essenziale, la sintesi lo ricompone, mostrando in quali forme esso si manifesta alla superficie della realtà economica. Solo attraverso questo biunivoco processo conoscitivo, dal concreto all'astratto e nuovamente al concreto, si possono rivelare l'unità del molteplice e la sua autopropulsione.
Ogni fenomeno economico presenta un aspetto quantitativo ed uno qualitativo.
Per questo l'economia politica si avvale largamente di strumenti analitici matematici e statistici, che permettono di rivelare l'oggettivo legame quantitativo tra le variabili economiche, attraverso il quale si studia la trasformazione della quantità in una nuova qualità economica. Ogni processo deve essere indagato multilateralmente nei legami indissolubili tra definizioni quantitative e qualitative. L'analisi statistico-matematica è efficace solo quando è in stretta connessione col contenuto qualitativo dell'oggetto analizzato.
L'economia politica riflette la realtà nel suo divenire storico, perciò il suo è un metodo storico che si trova in rapporto di unità con il metodo logico.
Chiarificatrici sono le parole di Engels, che spiega come il metodo logico “in sostanza non sia altro che lo stesso metodo storico, liberato però dalla forma storica e dall'impaccio delle casualità. Il corso del pensiero deve partire da dove parte la storia e il suo successivo movimento non sarà nient'altro che il riflesso del processo storico in forma astratta e teoricamente conseguente; un riflesso modificato, ma modificato corrispondentemente alle leggi dettate dallo stesso processo storico reale, in cui ogni momento può essere guardato in quel punto del suo sviluppo dove raggiunge piena maturità, nella sua forma classica”.
L'anello conclusivo del metodo dell'economia politica marxista-leninista è la prassi sociale.
Solo la prassi può stabilire la veridicità o l'erroneità delle astrazioni teoriche, elaborate dal pensiero scientifico, in un processo conoscitivo circolare che, partendo dalla prassi a questa ritorna passando attraverso l'astrazione logica. La prassi sociale è la base e il criterio di veridicità della conoscenza teorica, che quindi concorre all'avanzamento ulteriore della prima. Prassi e teoria sono dunque inscindibilmente unite.
In sostanza, il metodo dell'economia politica marxista-leninista si basa sulla visione materialistico-dialettica del mondo e rappresenta la logica dialettica applicata all'indagine dei processi economici, presi nella loro unità e distinzione e nel loro sviluppo storico.
5. Categorie e leggi economiche
Categorie economichesi definiscono quei concetti logici che riflettono in forma generalizzata le condizioni della vita economica della società.
Le categorie non sono arbitrarie, ma vere nella misura in cui nella realtà esistono quei rapporti di cui esse sono astrazioni. Sono “forme dell'essere”, come le definiva K. Marx. Sono altresì storicamente determinate, anche se esistono categorie proprie a tutte le formazioni economiche ed altre che conservano la stessa denominazione in formazioni diverse (ad es., la categoria “salario”) pur avendo una differente sostanza.
Leggi economichesi definiscono gli insiemi di interdipendenze oggettive e legami di causa-effetto, fondamentali, essenziali e stabili nei dati processi e fenomeni economici, che caratterizzano determinati rapporti di produzione.
Le leggi economiche sono altrettanto obiettive quanto lo sono i rapporti di produzione che le esprimono, insieme ai quali nascono, mutano, scompaiono. Sono perciò indipendenti dalla volontà dell'uomo e storicamente determinate.
Leggi economiche particolari, o specifiche, sono quelle esclusivamente proprie di determinati rapporti di produzione, la cui essenza nella sua interezza è espressa dalla legge economica fondamentale del dato sistema economico, ma che riflettono il corrispondente sistema dei rapporti economici (es., la legge dell'estrazione di plusvalore è la legge fondamentale del capitalismo, ma accanto ad essa sorgono le leggi della concorrenza, dell'anarchia della produzione, dell'accumulazione, del tasso medi di profitto, ecc.).
Leggi economiche comuni, o generali, sono quelle proprie di tutte le formazioni economiche, cioè interdipendenze e legami di causa-effetto costanti e necessari, indipendenti dal carattere specifico dei rapporti di produzione (es. la legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere e al grado di sviluppo delle forze produttive).
Esistono, infine, altre leggi economiche comuni solo ad alcune, ma non a tutte le formazioni economiche(es., la legge del valore, che agisce solo dove vi è produzione mercantile).
Benché le leggi economiche siano indipendenti dalla volontà delle persone, non si deve credere che l'uomo sia impotente o passivo nei loro confronti. Può studiarle e volgerle a proprio favore. L'importanza del fattore soggettivo e della sua volontà è particolarmente evidente nelle fasi di trasformazione rivoluzionaria e diventa fondamentale nella costruzione dell'economia socialista.
Per concludere, possiamo ora dare una definizione più compiuta dell'oggetto dell'economia politica:
essa studia i rapporti di produzione (come forma di sviluppo delle forze produttive e in stretto legame con esse) e le leggi proprie di questi, cioè le leggi di funzionamento della produzione, della distribuzione, dello scambio e del consumo nei diversi gradi di sviluppo della società umana.
CAPITOLO II
I MODI DI PRODUZIONE PRECAPITALISTICI
L'opera principale in cui si studiano gli aspetti delle formazioni precapitalistiche è “L'Origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”, di F. Engels, un libro diretto contro la concezione borghese di eternità del capitalismo, contro il tentativo di presentare le società precapitalistiche come forme di protocapitalismo, contro la concezione dello stato come forza al di sopra delle classi. In esso viene dimostrata l'ineluttabilità dell'estinzione dello stato col passaggio ad una società senza classi, cioè al comunismo.
1. Il modo di produzione comunitario primitivo
La società umana nasce all'incirca 2 milioni di anni fa, ma solo da 7.000 o 9.000 anni l'uomo ha superato la società primitiva. Il sistema comunitario primitivo è il primo e il più lungo periodo della storia umana.
Come insegna Engels, la società primitiva conosce due periodi:
-
il periodo dell'economia appropriativa, dove è dominante l'appropriazione immediata dei prodotti forniti dalla natura;
-
il periodo dell'economia riproduttiva, dove vengono praticati allevamento e agricoltura e vengono applicati metodi per incrementare la produzione di prodotti naturali per mezzo dell'attività umana.
Nel corso di questi due periodi, l'organizzazione sociale passa dallo “stadio del branco primitivo”, alla comunità tribale (gentilizia), basata sul clan, quindi alla comunità vicinale, territoriale, compiendo un cammino che regolarmente avrebbe generato le classi e l'antagonismo sociale.
1.1. Il periodo dell'economia appropriativa
Lo stato iniziale delle forze produttive nella società primitiva si caratterizza per la semplice rozzezza degli strumenti di lavoro. La pietra scheggiata è lo strumento universale, dal cui utilizzo inizia il lavoro umano.
A causa della loro debolezza e dell'approssimazione dell'armamento, gli uomini non potevano esistere e lavorare al di fuori della collettività. La raccolta dei prodotti spontanei della natura e la caccia avvenivano su un territorio relativamente limitato, ad opera di gruppi poco numerosi e isolati, generalmente uniti da legami di consanguineità. Si trattava di una cooperazione semplice, senza divisione del lavoro per età e per genere. Il lavoro di ogni individuo si realizzava, quindi, come lavoro direttamente sociale.
Sotto la spinta dei bisogni crescenti della comunità, gli strumenti di lavoro si perfezionavano e, nello stesso tempo, avanzava lo sviluppo della principale forza produttiva, l'uomo. Attraverso il processo di lavoro si sviluppavano la mano e gli altri organi, aumentavano il peso e il volume del cervello.
La graduale accumulazione di esperienza produttiva e l'accresciuta complessità della produzione determinarono una divisione naturale del lavoro in base al genere e, entro certi limiti, all'età. I maschi si dedicano alla caccia, le donne alla raccolta, mentre i vecchi diventano i depositari dell'esperienza produttiva collettivamente accumulata e preparano gli strumenti di lavoro. Ne derivano un incremento della cooperazione e una crescita della produttività del lavoro.
Determinano un ulteriore sviluppo delle forze produttive la graduale differenziazione e specializzazione degli strumenti di lavoro a seconda delle operazioni, con la predisposizione di strumenti composti (legno, osso, pietra), l'invenzione dell'arco e della freccia e la scoperta del fuoco, avvenuta circa 400.000-500.000 anni fa, il cui mantenimento era affidato alle donne. L'ottenimento del fuoco attraverso l'attrito è invece una conquista del periodo dell'economia riproduttiva.
La forma determinante dei rapporti di produzione in questo periodo della società primitiva era costituita dai rapporti di proprietà collettiva(di branco, di comunità) della terra e dei prodotti spontanei della natura, cioè del territorio “alimentare” e degli oggetti naturali del lavoro.
Anche se gli strumenti di lavoro venivano adattati alle capacità fisiche dell'individuo, diventandone di fatto proprietà personale, essi venivano usati nel lavoro comune e nell'interesse comune. Nella società non esistevano contraddizioni antagonistiche: la proprietà collettiva e il lavoro collettivo erano allora l'unica forma possibile di sviluppo delle forze produttive.
I prodotti spontanei della natura erano anch'essi proprietà comune e venivano distribuiti in modo egualitario. Non esisteva lo scambio all'interno dei gruppi, né tra gruppi e il prodotto era sotto il pieno controllo del produttore.
In sostanza, la vita economica in questo periodo si caratterizzava per:
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proprietà collettiva dei mezzi di produzione e del territorio abitato;
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lavoro collettivo a bassa produttività, diretto all'appropriazione dei prodotti spontanei della natura;
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distribuzione egualitaria dei mezzi di sostentamento.
In base a questi tre punti possiamo formulare la legge economica fondamentale della società primitiva: in condizioni di sviluppo eccezionalmente basso delle forze produttive e di dominante proprietà comunitaria, la produzione è oggettivamente subordinata al soddisfacimento dei bisogni di tutti i membri della comunità sulla base di una distribuzione egualitaria dei prodotti, necessari alla conservazione delle capacità vitali di ciascun membro della collettività, procacciati collettivamente.
In questa legge è contenuta la principale contraddizione non antagonistica della società primitiva tra i bisogni crescenti dell'uomo primitivo e il basso livello di sviluppo delle forze produttive. Questa contraddizione determinerà il passaggio all'economia riproduttiva e la transizione dallo stadio del branco alla comunità tribale o di clan.
1.2. Il periodo dell'economia riproduttiva
Lo sviluppo delle forze produttive comportò l'affermazione dell'agricoltura e dell'allevamentocome settori trainanti dell'attività economica, creando una relativa indipendenza dell'uomo dalla presenza di prodotti naturali spontanei. A seconda delle locali condizioni naturali e climatiche, alcune comunità si specializzeranno nell'agricoltura, altre nell'allevamento, con una conseguente crescita generalizzata della produttività del lavoro, della disponibilità di scorte di cibo, della consistenza numerica delle comunità.
Compaiono nuovi metodi di lavorazione (taglio, foratura, levigatura, lucidatura, filatura, tessitura), mentre si producono strumenti di lavoro sempre più differenziati e complessi, anche grazie all'utilizzo dei metalli. Già nell'età del bronzo vengono inventati l'aratro e il carro.
I rapporti di produzione restavano fondamentalmente uguali a quelli del periodo precedente, basandosi ancora sulla proprietà comune dei mezzi di produzione e dei prodotti del lavoro collettivo, ma le comunità cominciavano a produrre in misura maggiore del loro fabbisogno. Il prodotto eccedente poteva essere accumulato e redistribuito. Unitamente all'incremento dei contatti tra comunità, frutto della crescita demografica e del perfezionamento dei mezzi di trasporto terrestri e per vie d'acqua, ciò darà origine allo scambio di prodotti.
La specializzazione delle comunità, con l'affermarsi della pastorizia nomadica, porta alla differenziazione delle tribù di pastori nomadi da tutta la massa delle restanti tribù: “... fu la prima grande divisione sociale del lavoro. Le tribù nomadi non solo producevano di più …, ma anche ciò che producevano era diverso … Ciò ha reso per la prima volta possibile lo scambio regolare.”(K. Marx, F. Engels).
Se nella fase precedente lo scambio era sporadico e per lo più tra gruppi consanguinei, nel periodo dell'economia riproduttiva, si afferma una nuova forma di legame tra comunità, le cui differenze di specializzazione determinano dipendenza reciproca di settori diversi dell'economia sociale.
Il prodotto incomincia ad essere realizzato regolarmente per lo scambio, trasformandosi in merce.
1.3. Le cause del declino e della fine del modo di produzione comunitario primitivo
La prima grande divisione sociale del lavoro, che portò allo scambio su base regolare, determinò anche nuovi rapporti economici tra le persone.
La comparsa di nuovi e perfezionati strumenti di lavoro e l'applicazione di nuovi metodi di lavoro permisero, in molti casi, il distacco dal lavoro collettivo della comunità. Anche l'abitazione comune venne sostituita da abitazioni monofamiliari. In questo modo la comunità di clan incominciò a trasformarsi in comunità vicinale o territoriale, che Marx chiamava “comunità agricola”, composta non solo da famiglie apparentate tra loro, ma anche da famiglie estranee, che svolgevano autonomamente le loro attività sugli appezzamenti di terra a loro assegnati (parcelle).
“Nella comunità agricola, la casa e la corte annessa erano proprietà privata dell'agricoltore”(K. Marx). La terra coltivabile restava invece di proprietà della comunità e veniva periodicamente redistribuita tra i suoi membri, come pure i prati, i boschi, i pascoli stanziali, ma veniva ormai lavorata autonomamente dalla famiglia, alla quale apparteneva anche il raccolto.
Nella comunità territoriale, quindi, accanto alla proprietà collettiva, si formò la proprietà privata. Questo dualismo costituisce la contraddizione fondamentaledell'economia riproduttiva e della comunità territoriale, in quanto le due forme di proprietà sono una la negazione dell'altra.
Il principale fattore disgregante, secondo Marx, fu la nascita del lavoro parcellare, fonte di appropriazione privata e di accumulazione sia in forma naturale che in forma di patrimonio. Questo patrimonio era ormai sottratto al potere della comunità e diventava oggetto di scambio mercantile individuale e motivo di arricchimento dei proprietari. La frantumazione del lavoro per singole famiglie minava la proprietà comune delle terre coltive e, a poco a poco, la proprietà privata si estese anche ai prati, ai boschi, ecc..
La maggiore complessità dell'organizzazione della produzione rese più complesse anche le funzioni di direzione, fornendo ulteriore supporto all'accumulazione privata. Gli anziani, per esempio, liberatisi gradualmente dalla partecipazione diretta al processo produttivo, si videro riconoscere una posizione di privilegio come persone che svolgevano una funzione di utilità sociale per la comunità, il che permetteva loro di appropriarsi di una parte del plusprodotto e anche di una parte dei prodotti, ottenuti tramite lo scambio mercantile.
Anche le guerre tra comunità contribuirono all'accumulazione privata, in quanto i condottieri, anziani capiclan, si appropriavano della maggior parte del bottino e dei prigionieri di guerra, che venivano fatti schiavi.
Nonostante l'acceso conflitto con le tradizioni della proprietà collettiva e della distribuzione egualitaria, i rapporti di produzione della società primitiva erano ormai un potente freno allo sviluppo delle sue forze produttive. Non dobbiamo quindi considerare l'avvento della proprietà privata come una sorta di “caduta nel peccato” dell'uomo primitivo, come pensavano i socialisti-utopisti, ma piuttosto come il regolare risultato dello sviluppo della produzione comunitaria primitiva. “La proprietà privata si sviluppa ovunque come risultato del cambiamento dei rapporti di produzione e di scambio, nell'interesse dell'accrescimento della produzione e dello sviluppo dello scambio, cioè come conseguenza di cause economiche” (F. Engels”).
Sopravvivenze del sistema comunitario primitivo si osservano anche nel mondo contemporaneo, nella forma del tribalismo, largamente e artificiosamente preservato dalle potenze imperialiste, soprattutto nella fase coloniale, per garantirsi la possibilità del più crudele sfruttamento della maggioranza delle popolazioni sottomesse. Anche i movimenti di liberazione di questi paesi si sono talvolta appoggiati al mantenimento del sistema comunitario primitivo, conservando tradizioni di tipo tribale, ma la storia ha dimostrato l'inconsistenza, anzi la perniciosità, di tali posizioni. Da un punto di vista marxista-leninista, il tribalismo va combattuto con ogni mezzo. Per i paesi che si sono liberati dal giogo coloniale è piuttosto di fondamentale utilità lo studio dell'esperienza sovietica per quanto riguarda il superamento dell'arretratezza storica che, in una serie di regioni dell'URSS, perdurò fino agli anni 20 del XX secolo. La rivoluzione proletaria trovò sì un'economia patriarcale, ma riuscì a trasformarla in un'economia socialista.
2. Il modo di produzione schiavistico
E' il primo modo di produzione basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sull'antagonismo delle classi.
2.1. Nascita del modo di produzione schiavistico
L'impiego dei prigionieri di guerra come lavoratori coatti (schiavi) si riscontra già nel periodo di declino del modo di produzione basato sulla comunità di clan. Nella comunità territoriale, l'utilizzo degli schiavi si diffonde nella forma della cosiddetta schiavitù patriarcale.
Condizione del passaggio al modo di produzione schiavistico fu il nuovo stadio di sviluppo delle forze produttive come risultato dellaseconda grande divisione sociale del lavoro, ossia la separazione tra agricoltura e artigianato. In conseguenza di ciò si verificò un aumento della produzione di strumenti di lavoro in metallo.
Insieme alla diffusione e al rafforzamento della proprietà privata, delle diseguaglianze patrimoniali, dell'appropriazione di parte del plusprodotto comunitario da parte di individui che occupavano posizioni privilegiate, la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche famiglie divenne condizione materiale necessaria per l'utilizzo sistematico del lavoro in schiavitù, che si affermava come forma di lavoro dominante, comprimendo il lavoro delle persone libere.
In questo passaggio un ruolo fondamentale venne ricoperto dallo scambio, che già avveniva sulla base della proprietà privata e che ebbe come risultato diretto la trasformazione in merce dei lavoratori coatti (schiavi). Scriveva Engels: “Gli uomini non fanno in tempo ad iniziare lo scambio che diventano essi stessi oggetti di scambio”.
Lo sviluppo del commercio e le dominanti diseguaglianze patrimoniali sono le cause della comparsa della schiavitù debitoria: non si schiavizzano più solo i prigionieri di guerra, ma anche i membri del clan che si trovano in indigenza materiale.
Nella società schiavistica, oltre alle due classi principali (schiavi e proprietari di schiavi), esistevano i cittadini liberi: artigiani urbani, contadini, mercanti e usurai.
Con l'affermazione dello sfruttamento schiavistico nasce lo stato di classe, come organizzazione di dominio politico dei proprietari sugli schiavi.
2.2. Le forze produttive nella società schiavistica.
I principali settori della produzione nella società schiavistica erano costituiti da:
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agricoltura;
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allevamento;
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artigianato.
In agricoltura, dalla primitiva arretratezza della lavorazione della terra per mezzo di strumenti di legno e pietra, si passa via via a forme tecnologicamente più avanzate, grazie alla comparsa di strumenti di lavoro metallici.
L'artigianato, in un primo momento, era costituito principalmente da piccole aziende di produttori liberi. Solo successivamente si svilupperanno le grandi officine artigiane, le miniere e altre imprese, appartenenti a singoli proprietari di schiavi o allo stato, con l'impiego di enormi masse di schiavi.
Con lo sviluppo degli strumenti di lavoro si affermano la specializzazione professionale e i mestieri, sia in artigianato che in agricoltura.
La principale forma di organizzazione del lavoro in tutti i settori era costituita dalla cooperazione semplice, che si distingueva da quella della comunità primitiva per le dimensioni di scala e per la diretta coercizione dei lavoratori schiavi.
2.3. I rapporti di produzione nella società schiavistica
Principale mezzo di produzione e importante oggetto di proprietà era la terra, strappata violentemente alle comunità di clan o ai contadini liberi caduti in rovina.
La proprietà terriera, che nei diversi stadi di sviluppo della società schiavistica si presentava in varie forme (comunitaria, templare, statale e individuale), aveva significato economico solo nella misura in cui il proprietario disponeva di lavoratori schiavi, creatori del plusprodotto.
La caratteristica dell'applicazione della forza lavoro ai mezzi di produzione consisteva nel fatto che lo schiavo non solo era privo di qualsiasi proprietà, ma era egli stesso proprietà del padrone.
La coercizione al lavoro era palese e spesso violenta, senza che per gli schiavi vi fosse alcuna forma di interesse materiale nel lavoro.
Il proprietario si appropriava per intero del prodotto, una cui parte, il prodotto necessario, ritornava allo schiavo sotto forma di mezzi di sussistenza per la riproduzione della sua forza lavoro.
Il plusprodotto, cioè la parte di prodotto al netto del prodotto necessario, era invece destinato per la maggior parte al soddisfacimento dei bisogni del proprietario. Pertanto il lavoro dello schiavo, si divideva in lavoro necessario e pluslavoro.
Una parte di plusprodotto veniva ceduta a mercanti e usurai, che fornivano al proprietario beni di lusso e denaro; infine, un'altra consistente parte, sotto forma di tributi, andava allo stato che difendeva gli interessi della classe dominante.
L'azienda schiavistica era di tipo naturale, cioè produceva principalmente per il soddisfacimento delle proprie necessità. La trasformazione di alcuni prodotti in merci avveniva solo in caso occorresse acquistare beni non prodotti dall'azienda stessa.
Di regola, l'impiego del plusprodotto era sostanzialmente improduttivo e, oltre al soddisfacimento “dei bisogni viscerali e delle fantasie” della classe dominante, serviva a finanziare la spesa pubblica (edilizia monumentale, spettacoli e giochi, riti religiosi, campagne di guerra, ecc.).
La legge economica fondamentale del modo di produzione schiavistico può essere, quindi, così sintetizzata: lo scopo della produzione schiavistica è il soddisfacimento dei bisogni della classe dei proprietari di schiavi, realizzato attraverso lo sfruttamento del lavoro coatto degli schiavi.
2.4. Le contraddizioni del sistema schiavistico
Il modo di produzione schiavistico costituì un avanzamento progressivo rispetto a quello comunitario primitivo, avendo assicurato un più alto grado di sviluppo dell'organizzazione del lavoro, una più ampia cooperazione, un certo progresso della produzione e, di conseguenza, un ulteriore sviluppo delle forze produttive, anche in campo scientifico e artistico. Tuttavia esso covava al proprio interno profonde contraddizioni antagonistiche che avrebbero determinato la sua fine.
La contraddizione fondamentale è costituita dalla diametrale contrapposizione tra schiavi e proprietari, tra la forma del lavoro degli schiavi e la forma della proprietà degli schiavisti. Da questa derivano tutte le altre contraddizioni:
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tra la grande produzione schiavistica e la piccola produzione di lavoratori liberi,
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tra lavoro fisico e lavoro intellettuale,
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tra città e campagna.
La particolare forma di divisione sociale del lavoro destinava agli schiavi la funzione di meri esecutori della volontà altrui ed escludeva un loro interesse nel risultato del lavoro, il che frenava la crescita delle forze produttive. Il lavoro degli schiavi ovunque si basava sulla coercizione violenta, ma ciò non deve indurre a ritenere che questa sia l'essenza della società schiavistica. Violenza e schiavismo sono inseparabili, ma il ricorso alla violenza come mezzo di coercizione al lavoro, come insegna Engels, è provocato da un determinato grado di sviluppo delle forze produttive, cioè da cause puramente economiche. L'essenza dello schiavismo consiste invece nell'appropriazione del prodotto del lavoro altrui attraverso la coercizione metaeconomica dello schiavo.
Mentre nelle città si sviluppavano produzione artigianale, commercio e cultura, nelle campagne continuavano a sussistere forme arretrate di produzione e residui del sistema comunitario primitivo. In queste condizioni si verificava un progressivo impoverimento delle campagne a favore delle città, cioè un crescente sfruttamento delle campagne da parte delle città, che originò la politica coloniale degli stati schiavistici.
Una delle conseguenze del modo di produzione schiavistico fu l'impoverimento e la rovina dei piccoli produttori liberi, artigiani e contadini che, in quanto persone libere e interessate ai risultati della loro produzione, operavano un costante perfezionamento degli strumenti di lavoro. Costoro costituivano la massa dell'esercito e su di loro, inoltre, gravava una pesante pressione fiscale, fatti che contribuivano a piegare le loro aziende. La crescente concorrenza portava all'espropriazione di massa dei piccoli produttori liberi, in quanto, a parità di prodotto, l'azienda schiavistica riusciva ad avere costi di produzione fortemente inferiori grazie all'insignificante costo del lavoro. Alla loro rovina concorrevano l'indebitamento a condizioni d'usura e la diretta appropriazione delle loro terre da parte dei proprietari di schiavi. L'espropriazione della piccola azienda condusse alla formazione di un'enorme massa di plebe impoverita.
In questo modo, la schiavitù come forma dominante di lavoro minava il lavoro produttivo della popolazione libera e quindi frenava lo sviluppo delle forze produttive.
2.5. Il ruolo del capitale mercantile e usuraio
Nella società schiavistica si sviluppano e si diffondono le prime forme storiche di capitale, mercantile e usuraio, determinando la terza grande divisione sociale del lavoro e la comparsa della classe dei mercanti.
I grandi mercantidell'antichità erano soprattutto mercanti di schiavi, ma commerciavano anche altre merci, pertanto si appropriavano di buona parte del pluslavoro sia degli schiavi che dei liberi produttori. Lo sviluppo del commercio provocava un'intensiva differenziazione tra la piccola azienda del contadino libero e quella dell'artigiano.
La comparsa del capitale d'usura (credito su interesse) è legata allo sviluppo della circolazione mercantile e monetaria. Da un lato, l'usuraio forniva denaro al proprietario di schiavi, spingendolo a trasformare una parte crescente dei suoi prodotti in merci e, quindi, a trasformare la propria azienda in azienda mercantile. Dall'altro lato, concedeva prestiti a condizioni capestro ai piccoli contadini e artigiani, generalmente mandandoli in rovina e riducendoli in schiavitù.
Due delle principali conseguenze dello sviluppo del capitale mercantile e di quello usuraio furono la trasformazione della terra in oggetto di compra-vendita e la comparsa del debito ipotecario.
2.6. Declino e fine del sistema schiavistico
La produzione schiavistica poteva reggersi solo sulla base di un aumento della massa degli schiavi e dell'intensità del loro sfruttamento, entrambi elementi che ad un certo punto della storia giungono ad esaurimento. La produttività del lavoro degli schiavi era in caduta libera e il loro sfruttamento non era ormai più in grado di assicurare neppure la semplice riproduzione, rendendo non economiche le aziende schiavistiche, sia agricole che artigiane.
In queste condizioni, i proprietari incominciarono a frazionare i loro latifondi in appezzamenti minori che davano da coltivare agli schiavi e ai contadini liberi privati delle proprie terre, i quali si obbligavano a consegnare la maggior parte del prodotto del loro lavoro al proprietario terriero per cui lavoravano. Nasce così il sistema del colonato, prototipo di un nuovo modo di produzione: il feudalesimo.
3. Il modo di produzione feudale
Le forme del passaggio al feudalesimo variano da paese a paese, a seconda delle condizioni storiche concrete. In molti casi, elementi di feudalesimo nascono all'interno del modo di produzione schiavistico e successivamente diventano forma dominante dei rapporti di produzione. In altri casi, il passaggio avviene direttamente dal modo di produzione primitivo, senza passare per quello schiavistico (ad esempio in Russia e in alcuni altri paesi slavi).
A parte le differenze di percorso, il contenuto fondamentale di questo processo è uno solo: la comparsa della classe dei proprietari terrieri feudali e della classe dei contadini, dipendenti e sfruttati, privi di terra propria e costretti, con coercizione metaeconomica, a produrre sulla terra dei feudatari, alla quale sono asserviti, privandosi di una parte della propria produzione a favore dei primi.
L'analisi del modo di produzione feudale è concentrata principalmente nel capitolo 47 del III Libro de “Il Capitale” di K. Marx.
3.1. Le forze produttive del feudalesimo
Il ruolo trainante nell'economia era rivestito dall'agricoltura e il mezzo di produzione principale era la terra.
L'introduzione graduale dell'aratro di ferro, del vomere e di altri strumenti di lavoro metallici contribuiva allo sviluppo della tecnica di coltivazione. In questa fase compaiono i mulini a vento e i mulini ad acqua. Si sviluppano e si differenziano le diverse branche dell'agricoltura e l'allevamento del bestiame, in particolare dei cavalli, indispensabili sia all'agricoltura, come forza motrice, sia alle esigenze militari dei signori feudali.
Il perfezionamento degli strumenti di lavoro agricoli e dei metodi di fusione e lavorazione dei metalli determinavano la rinascita dell'artigianato, caduto in crisi durante il declino della società schiavistica. L'approfondimento della divisione del lavoro che ne conseguiva, determinava l'ulteriore sviluppo delle forze produttive della società feudale, la nascita e la crescita delle città feudali.
Tuttavia, i mutamenti di tecniche e tecnologie avvenivano lentamente e la produzione feudale continuava a basarsi sul lavoro manuale di contadini e artigiani. Al carattere e al grado di sviluppo delle forze produttive corrispondevano determinati rapporti di produzione.
3.2. La proprietà feudale della terra
La forma di proprietà feudale si distingue da quella schiavistica per il fatto che non tutti i mezzi di produzione sono separati dal lavoratore, venendo così a determinarsi un certo interesse del contadino ai risultati del proprio lavoro.
La terra, principale mezzo di produzione, era proprietà di feudatari, laici o religiosi. La sostanza economica della proprietà feudale consiste proprio nel fatto che i produttori diretti (contadini) non sono proprietari del principale mezzo di produzione (la terra).
Essi ricevevano la terra dal feudatario non in proprietà, ma in uso, in cambio del quale erano soggetti a tutta una serie di servitù e obblighi. In altre parole, la proprietà dei feudatari sulla terra costituiva la base economica dello sfruttamento dei contadini.
Formalmente, l'appezzamento assegnato al contadino poteva essere ripreso in qualsiasi momento e il contadino cacciato, ma ciò costituiva un'eccezione. Di regola, il contadino era asservito alla terra come suo accessorio e, in alcuni casi, esisteva per il feudatario il diritto di vendere i contadini. L'assegnazione in uso degli appezzamenti ai contadini permetteva ai feudatari di assicurarsi forza lavoro gratuita. Il diritto d'uso della terra da parte del contadino era di norma ereditario.
Sul piano giuridico, la proprietà terriera feudale, nei paesi europei, era caratterizzata da un rigido sistema gerarchico, con una scala di feudatari dipendenti l'uno dall'altro.
Il feudo è appunto un'estensione di terreno, concessa da un feudatario (signore) ad un altro feudatario (vassallo), con diritto di trasmissione ereditaria, in cambio dell'esecuzione di determinati servizi o obblighi.
Si definisce feudalesimo il sistema sociale, la cui base è costituita dalla proprietà fondiaria in forma di feudo.
3.3. La proprietà dei lavoratori e la costrizione metaeconomica
Accanto alla proprietà dei feudatari esisteva la proprietà personale dei produttori diretti, contadini e artigiani, basata sul lavoro personale e priva di carattere di sfruttamento.
Il monopolio del feudatario sul principale mezzo di produzione determinava dipendenza economica del contadino, insieme alla quale operavano forme di costrizione metaeconomica, la cui mancanza avrebbe reso impossibile la produzione. Scrive Lenin: “Se il latifondista non avesse un potere diretto sulla personalità del contadino, non potrebbe costringere a lavorare per lui un uomo che ha il possesso della terra assegnatagli e svolge una propria attività economica. Di conseguenza, è necessaria una costrizione metaeconomica, come dice Marx quando descrive questo regime economico... Le forme e i gradi di questa coercizione possono essere le più svariate, dalla servitù della gleba alla limitazione dei diritti dei contadini come gruppo sociale”.
3.4. Il carattere naturale dell'azienda feudale
Le esigenze del feudatario, della sua famiglia e del suo numeroso seguito venivano soddisfatte dai beni prodotti nell'azienda signorile o da quelli devoluti dai contadini tributari. Nei possedimenti feudali, l'artigianato era complementare all'agricoltura, per cui i problemi di riproduzione erano risolti sulla base di un'economia naturale. Solo pochi prodotti, come il sale, alcuni manufatti in metallo, gli oggetti di lusso, erano forniti dai mercanti.
Anche l'azienda contadina era di tipo naturale. In essa i contadini si occupavano non solo di coltivazione, ma anche della ulteriore lavorazione della materia prima prodotta, della filatura, della tessitura, della predisposizione di calzature e strumenti di lavoro, ecc..
Il basso grado di sviluppo delle forze produttive e della divisione sociale del lavoro sono la causa del predominio dell'economia naturale nel feudalesimo.
3.5. L'essenza dello sfruttamento feudale e le sue forme
Il contadino tributario riproduceva la propria forza lavoro attraverso il prodotto necessario, ottenuto dall'appezzamento assegnatoli. Quindi, nel modo di produzione feudale, il problema della riproduzione della forza lavoro era scaricato dal feudatario sulle spalle del contadino stesso
Del plusprodotto si appropriava il feudatario in forma di rendita fondiaria feudale, che era quindi la forma economica di redditività della proprietà fondiaria e includeva l'intero plusprodotto e spesso anche parte del prodotto necessario.
Si può pertanto definire legge fondamentale del feudalesimo l'appropriazione da parte dei feudatari del plusprodotto, ottenuto dallo sfruttamento dei contadini, sotto forma di rendita fondiaria feudale.
Con lo sviluppo del modo di produzione feudale, anche la rendita muta forma.
Possiamo individuare tre forme di rendita fondiaria feudale, in ordine di tempo.
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Rendita in lavoro (in Russia: bàrshchina): il contadino ricava il prodotto necessario dall'appezzamento datogli in uso, mentre produce il plusprodotto sulle terre del signore, utilizzando i propri strumenti di lavoro e il proprio bestiame da tiro. Il pluslavoro qui è separato dal lavoro necessario nel tempo e nello spazio; manca qualsiasi interesse del contadino ad incrementare la produttività del lavoro sulle terre del padrone, perciò il suo pluslavoro si manifesta come lavoro coatto a vantaggio del feudatario e si svolge sotto sorveglianza del padrone o di un suo incaricato. La coercizione metaeconomica è, in questo caso, diretta.
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Rendita in prodotti (in Russia: obròk in natura): al contadino viene assegnata in uso una maggiore estensione di terre padronali a fronte dell'obbligo di consegnare al feudatario una parte detrminata del prodotto ottenuto, sia in forma di materia prima che in forma lavorata. Non vi è sorveglianza diretta e, formalmente, il contadino dispone del proprio tempo di lavoro. Il pluslavoro e il lavoro necessario non sono più separati nel tempo e nello spazio, il che crea un certo interesse del contadino ai risultati del proprio lavoro. Questo tipo di rendita nella maggior parte dei casi coesisteva con la rendita in lavoro.
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Rendita in denaro: è una forma modificata della rendita in prodotti, con la differenza che il contadino, in questo caso, è obbligato a corrispondere il plusprodotto non più in forma naturale, ma monetaria. Non basta più ottenere il plusprodotto, ora il contadino deve anche venderlo, trasformarlo in denaro. Questa trasformazione della rendita è una conseguenza dello sviluppo della divisione del lavoro, dell'ulteriore separazione dell'artigianato dall'agricoltura, dello sviluppo dei rapporti monetario-mercantili.
La rendita in denaro è l'ultimo tipo di rendita feudale, che caratterizza il periodo di declino di questo modo di produzione e di graduale formazione, al suo interno, di elementi di capitalismo. I rapporti tra feudatario e contadino divengono sempre più contrattuali, basati sulla rendita in denaro e la posizione di quest'ultimo tende a trasformarsi in quella di fittavolo.
La terra inizia ad entrare nella circolazione mercantile, divenendo sempre di più oggetto di compra-vendita. Ciò significa il contadino ha la possibilità di riscattare i propri obblighi tributari e di trasformarsi in contadino indipendente, avente la piena proprietà della terra da lui coltivata.
Con lo sviluppo dei rapporti monetario-mercantili si approfondisce la differenziazione tra i contadini. Accanto ai contadini indipendenti, riscattati, compaiono contadini economicamente rovinati, costretti a vendere la propria forza lavoro in cambio di denaro.
3.6. Artigianato e commercio
Il sistema dei rapporti di produzione del feudalesimo comprende i rapporti economici che si determinano nell'ambito della produzione artigiana della città.
Gli artigiani erano raggruppati in corporazioni che regolamentavano rigidamente tecnologia e volume della produzione, al fine di adattarsi alle esigenze di un limitato mercato locale, di evitare la concorrenza tra i maestri e la loro differenziazione patrimoniale. Una tale organizzazione consentiva, di regola, la sola riproduzione semplice, cioè una produzione in quantità invariabili. La produzione era manuale e di piccolissima scala. La più elevata posizione del maestro rispetto a garzoni e apprendisti era determinata non solo dalla proprietà dei mezzi di produzione, ma anche dalla sua abilità professionale. All'interno del laboratorio artigiano quasi non esisteva divisione del lavoro.
Il fine dell'attività economica del maestro era non tanto l'arricchimento, quanto il raggiungimento del tenore di vita che la corporazione aveva stabilito come “adeguato” alla sua posizione. Nella fase iniziale di sviluppo dell'artigianato urbano, benché avesse già luogo lo sfruttamento di garzoni e apprendisti, i rapporti tra questi e il maestro erano di tipo patriarcale. Con lo sviluppo dei rapporti monetario-mercantili si accresce il divario, in termini patrimoniali e di posizione nella produzione, tra maestri, da un lato, garzoni e apprendisti, dall'altro: i primi si arricchiscono sfruttando i secondi.
Le città erano anche centri di commercio e la parte più ricca della popolazione urbana era costituita da mercanti e prestatori di denaro, organizzati in gilde.
Il capitale commerciale, nel feudalesimo, agisce da intermediario nello scambio del plusprodotto, appropriato dai feudatari, con beni di lusso o comunque rari, ma anche nello scambio dei prodotti dei contadini e degli artigiani.
L'approfondimento della divisione sociale del lavoro e la crescita delle forze produttive determinano il passaggio del ruolo trainante nello sviluppo delle stesse forze produttive dalla campagna agricola alla città commerciale-artigiana. Se la campagna dominava politicamente la città, in quanto il potere era nelle mani dei feudatari, la città sfruttava economicamente la campagna. Scrive Marx: “Se nel medio evo la campagna sfrutta politicamente la città ovunque il feudalesimo non sia stato spezzato da un eccezionale sviluppo delle città come in Italia, la città, ovunque e senza eccezioni, sfrutta economicamente la campagna attraverso i propri prezzi monopolistici, il proprio sistema fiscale, il proprio ordinamento corporativo, il proprio diretto inganno mercantile, il proprio sistema di prestito su interesse”.
3.7. L'ulteriore sviluppo delle forze produttive nel feudalesimo
Grazie ad un sistema economico più avanzato rispetto alla società schiavistica, il feudalesimo porta in vita nuove e più elevate forze produttive.
In agricoltura si diffondono strumenti di lavoro in ferro, consentendo un innalzamento del livello agrotecnico delle coltivazioni e la comparsa di nuove forme di utilizzo della terra. Cresce il ruolo dell'allevamento.
Anche la produzione artigiana subisce notevoli mutamenti. Si perfezionano le tecniche di fusione e lavorazione dei metalli. Compaiono macchine elementari per la produzione di lamiere e filo di ferro. Già nel XV sec. venivano utilizzati primitivi torni, filettatrici, levigatrici, foratrici azionate da ruote ad acqua. L'energia idrica viene utilizzata nella lavorazione del legno, della carta e nella produzione di polvere da sparo. Si sviluppa l'edilizia. Si diffonde l'uso del telaio e, tra il XIV e il XV sec. si compie il passaggio al telaio orizzontale. Nel 1600 viene inventato il telaio a nastro. Il notevole avanzamento delle tecniche di produzione in epoca feudale è altresì confermato dall'invenzione dell'orologio, della carta, della stampa. L'invenzione della bussola darà ulteriore impulso alla navigazione, insieme alla creazione di un nuovo tipo d'imbarcazione, la caravella, che si distingue per mobilità e manovrabilità.
L'indiscutibile sviluppo delle forze produttive si scontrava ormai con la ristrettezza dei rapporti di produzione feudali, che ne impedivano l'ulteriore crescita. Questa situazione portava inevitabilmente ad un inasprimento di tutte le contraddizioni, insite nel feudalesimo:
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tra contadini e feudatari;
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tra produttori (contadini e artigiani) e nascente borghesia, da un lato, feudatari e sistema feudale, dall'altro;
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tra città e campagna;
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tra lavoro fisico e lavoro intellettuale;
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tra il carattere naturale della produzione feudale e la crescente economia mercantile.
3.8. Declino del feudalesimo
La parte della produzione di artigiani e contadini destinata allo scambio costituiva produzione di merci. Questa semplice attività mercantile fu la base, interna al feudalesimo, sulla quale crebbero i rapporti di produzione capitalistici.
Lo sviluppo delle forze produttive in agricoltura e nell'artigianato e l'approfondimento della divisione sociale del lavoro tra città e campagna rafforzarono i legami di scambio tra attività economiche separate e condussero alla formazione di mercati locali. In seguito, i vivaci legami economici tra aree produttive e città diverse determinarono la nascita dei mercati nazionali.
Lo sviluppo dei rapporti monetario-mercantili accelera il processo di sfaldamento dei produttori. A parità di bene prodotto, chi impiega una maggior quantità di lavoro riuscirà a compensarla, attraverso la vendita, solo parzialmente e alla fine cadrà in rovina, mentre chi opera in migliori condizioni di lavoro e si appropria del lavoro altrui finirà per arricchirsi. Mentre, da un lato, cresce la massa di persone, private dei mezzi di produzione e di sussistenza, dall'altro si forma un piccolo gruppo di ricchi.
L'allargamento del mercato oltre i confini nazionali riveste un ruolo importantissimo per la nascita del modo di produzione capitalistico. Il nascente mercato mondiale esercita un'enorme domanda di merci, mentre l'artigianato ne produce in quantità limitate, a causa della rigida regolamentazione corporativa. In tali condizioni, alcuni maestri, violano lo statuto della corporazione e incrementano la produzione, aumentando numero di lavoranti e orario di lavoro. Altri trasferiscono la produzione in campagna, dove non esiste controllo da parte della corporazione, affidando ai garzoni lavorazioni a domicilio.
Mentre viene meno la posizione monopolistica della corporazione, i maestri più ricchi, che sfruttano lavoratori salariati, si trasformano in capitalisti, mentre la massa dei garzoni e degli apprendisti si trasforma in proletariato, costretto per sopravvivere a vendere la propria forza lavoro come una merce.
Di non secondaria importanza è il duplice ruolo del capitale commerciale. Da un lato, il mercante ha la forza per sottomettere il piccolo produttore, costringendolo a lavorare per lui. Senza introdurre nella produzione innovazioni tecniche o organizzative, di fatto trasforma il piccolo produttore indipendente in operaio salariato, pur conservandone l'autonomia esteriore. Dall'altro lato, lo stesso produttore diretto a volte diventa capitalista o mercante.
Il processo di dissoluzione dei rapporti feudali e di nascita di quelli capitalistici si verifica anche nelle campagne. Come scrive Engels, “già molto tempo prima che le mura dei castelli dei cavalieri fossero perforate dalle palle delle nuove armi, le loro fondamenta erano state minate dal denaro. Nei fatti, la polvere da sparo è stata, per così dire, un semplice ufficiale giudiziario esecutivo al servizio del denaro”. L'azienda del feudatario veniva tirata sempre più nella circolazione di mercato e cadeva sempre di più sotto il potere del denaro. Mentre la misura della rendita in lavoro o in prodotti era limitata al soddisfacimento dei bisogni del feudatario, della sua famiglia e del suo seguito, la rendita in denaro aumentava gli obblighi servili dei contadini, che ormai avevano costantemente bisogno di denaro. Il loro sfruttamento aumentava ulteriormente, a causa dello scambio iniquo, imposto dai mercanti e delle condizioni capestro dei prestiti, imposte dagli usurai. Anche nelle campagne, quindi, si accelera il processo di sfaldamento dei produttori in gruppi sociali diversi: mentre cresce la massa dei contadini impoveriti o rovinati, compare il contadino proprietario (kulàk), riscattatosi dagli obblighi servili, che a sua volta diventa sfruttatore dei contadini più poveri.
L'affermazione del modo di produzione capitalistico fu accelerata dall'applicazione dei più duri metodi violenti da parte dei proprietari fondiari imborghesiti, della borghesia cittadina e dello stato.
3.9. L'accumulazione originaria del capitale
Il contenuto del processo di accumulazione originaria consiste nella separazione coatta dei produttori diretti dai mezzi di produzione, nella loro concentrazione nelle mani di pochi, nella loro trasformazione in capitale. Si definisce originaria in quanto rappresenta la condizione necessaria per la nascita del modo di produzione capitalistico. Una sua esauriente analisi è fornita da K. Marx nel capitolo 24 del I Libro de “Il Capitale”.
Prima che altrove, il processo di accumulazione originaria nasce in Inghilterra, dove dura dall'ultimo terzo del XV alla fine del XVIII secolo.
La fioritura delle manifatture del panno stimola lo sviluppo degli allevamenti degli ovini da pascolo. I proprietari terrieri strappano ai contadini la terra, in precedenza concessa loro in uso, li scacciano e recingono gli appezzamenti, da destinarsi alla nuova, più redditizia produzione. Lo stato legittima la rapina dei contadini promulgando le Leggi di Recinzione (Bills of Enclosure). L'espropriazione violenta delle terre contadine da parte dei landlords imborghesiti determina la comparsa di una classe di persone, formalmente libera dalle servitù feudali, ma privata dei mezzi di produzione e sussistenza. Ad ingrossarne la massa contribuiscono i contadini espulsi dalle terre nel frattempo confiscate ai monasteri e i lavoratori agricoli cacciati dalle loro case in seguito alla cosiddetta “ripulitura dei poderi”. Queste masse, rapinate e rovinate, possedevano ormai soltanto la propria forza lavoro. La creazione violenta della classe proletaria costituisce un aspetto dell'accumulazione originaria.
L'altro aspetto è rappresentato dalla concentrazione nelle mani di pochi individui di enormi ricchezze in denaro, funzionali all'organizzazione dell'impresa capitalistica.
Il denaro accumulato da mercanti, prestatori su interessi e artigiani arricchiti gioca un ruolo importante in questo processo, ma non meno importanti, ai fini dell'accumulazione originaria, sono la feroce rapina dei popoli coloniali messa in atto dalla nascente borghesia, il commercio a condizioni diseguali, la pirateria marittima e il commercio degli schiavi neri, estremamente redditizio.
Misure di protezione dei mercati interni e altri metodi, più o meno delinquenziali, contribuivano ad accelerare il processo di formazione di grandi ricchezze in denaro.
In termini politici, il passaggio dal feudalesimo al capitalismo avviene con le rivoluzioni borghesi, che semplicemente portano a compimento un processo economico iniziato molto prima. Forza d'urto delle rivoluzioni borghesi saranno proprio contadini e artigiani.
3.10. Sopravvivenze di feudalesimo nel mondo contemporaneo
Sono da respingere con uguale fermezza come non scientifiche le due principali correnti del pensiero borghese, inerenti al feudalesimo.
La prima, in quanto assume per essenziali aspetti non sostanziali e superficiali, quali il possesso condizionale della terra, la subordinazione al signore anziché al re, il sistema gerarchico, il frazionamento politico. Nessuno di questi argomenti spiega la sostanza economica del feudalesimo.
La seconda, in quanto cerca di ritrovare nel feudalesimo talmente tanti “embrioni” e “semi” di capitalismo da far apparire il feudalesimo come una forma primitiva di capitalismo, nel vano tentativo di dimostrare l'eternità di quest'ultimo.
In realtà i primi “semi” di capitalismo si riscontrano in Europa solo nel periodo di declino del feudalesimo, cioè, in generale, tra la fine del XV e l'inizio del XVI sec., salvo rare eccezioni riscontrabili nel XIV e nel XV sec., nelle forme del lavoro capitalistico a domicilio, della cooperazione capitalistica e della manifattura.
Sopravvivenze di feudalesimo si possono ritrovare nel mondo contemporaneo in molti paesi capitalistici, soprattutto nel settore agricolo e nei paesi poco sviluppati dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina. Il più delle volte si tratta di una conseguenza del giogo coloniale, artatamente mantenuta in vita dall'imperialismo per perpetuare in quei paesi lo stato di arretratezza e dipendenza economica. Se ciò è vero, allora è altrettanto vero che, in quei paesi come altrove, la lotta per la rinascita nazionale e per il progresso non può essere separata da una conseguente e radicale lotta contro l'imperialismo.
Sezione I
IL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO
FONDAMENTI GENERALI DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO
Il capitalismo è un sistema economico-sociale derivante da un ulteriore sviluppo della proprietà privata sulla base di un nuovo e più avanzato livello delle forze produttive. La sua essenza consiste nel fatto che i principali mezzi di produzione appartengono alla classe di capitalisti, mentre il proletariato ne è privo ed è costretto a vendere la propria forza lavoro ai capitalisti, anche se è giuridicamente libero. Il capitalismo è quindi un sistema economico, basato sulla proprietà privata e sullo sfruttamento del lavoro salariato.
Nel corso del suo sviluppo, il capitalismo è passato attraverso diversi stadi successivi, confermando la legge, in base alla quale ogni formazione economico-sociale nasce, si trasforma e muore. Il capitalismo contemporaneo si caratterizza come capitalismo monopolistico nella fase di crisi generale del capitalismo in condizioni di lotta con quanto rimane del socialismo mondiale, ma la sua essenza e i suoi caratteri fondamentali restano sostanzialmente immutati, sia pure manifestandosi in forme nuove e diverse.
Lo studio delle leggi dello sviluppo capitalistico è contenuto, soprattutto, nell'opera fondamentale di K. Marx “Il Capitale”, mentre l'analisi del capitalismo monopolistico nella fase imperialista è delineata da V.I. Lenin in “L'imperialismo come stadio supremo del capitalismo” e in altri suoi scritti, ed è sviluppata dall'elaborazione corrente dei Partiti Comunisti e Operai.
Per comprendere le leggi del capitalismo è necessario, basandosi sulla teoria economica di K. Marx, innanzitutto analizzare i fondamenti generali del modo di produzione capitalistico dai tempi della libera concorrenza (capitalismo premonopolistico). Occorre perciò chiarire le particolarità del processo capitalistico di produzione, quindi passare allo studio delle leggi della circolazione capitalistica, infine esaminare i processi di produzione e circolazione nella loro unità dialettica, rivelare le forme concrete di movimento del capitale, comprendere la nascita e lo sviluppo della successiva fase imperialista, con le sue leggi specifiche.
CAPITOLO III
LA PRODUZIONE MERCANTILE E IL DENARO
1. Il carattere universale della produzione mercantile nel capitalismo
Nel capitalismo la produzione di merci acquista un carattere universale, che riguarda non solo i prodotti, ma la stessa forza lavoro dell'uomo. La ricchezza è costituita da una molteplicità di merci, tutto si compra e si vende. Il potere del denaro incarna il dominio dei rapporti mercantili basati sulla proprietà privata.
1.1. Tratti fondamentali della produzione mercantile
L'embrione della produzione mercantile nasce già nel periodo di declino del sistema comunitario primitivo, si sviluppa nelle formazioni economico-sociali precapitalistiche, pur senza diventare forma dominante nei rapporti economici tra le persone, in quanto vi prevaleva un'economia naturale.
L'economia mercantile, a differenza di quella naturale, presuppone una maggiore divisione sociale del lavoro, quindi una differenziazione tra produttori, da un lato, produttori e consumatori, dall'altro lato, il cui legame avvenga attraverso il mercato e la compra-vendita delle merci.
Poiché il legame economico tra proprietari privati in condizioni di divisione sociale del lavoro si realizza attraverso lo scambio di merci e ogni proprietario persegue i propri interessi privati, allora il processo di produzione, distribuzione e scambio, in condizioni di proprietà privata, assume un carattere selvaggio e anarchico.
1.2. Produzione mercantile semplice e produzione mercantile capitalistica
Il sorgere del capitalismo presuppone un grado relativamente alto di divisione sociale del lavoro e di circolazione mercantile, che aumentano ulteriormente con la comparsa della produzione meccanica e la diffusione delle macchine.
Col capitalismo, per la prima volta nella storia, enormi masse di popolazione, prive di mezzi di sussistenza e divenute salariate, sono costrette a comprare tutti gli oggetti di consumo sul mercato, pagandoli con i mezzi ricavati dalla vendita dell'unica merce di cui dispongono, la forza lavoro.
Insieme alla formazione di un vasto mercato di mezzi di produzione e di beni di consumo si sviluppa anche il mercato del lavoro e la compra-vendita di forza lavoro, cioè la forma mercantile di legame tra le persone, si generalizza, trasformando la produzione mercantile in forma dominante dei rapporti economici.
La produzione mercantile capitalistica si differenzia in modo sostanziale dalla produzione mercantile semplice, tipica delle formazioni precapitalistiche, come sintetizzato nella seguente tabella:
Tab. 1 – differenze tra produzione mercantile semplice e produzione mercantile capitalistica
Nonostante le differenze, i due tipi di produzione mercantile si basano entrambi sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, sono, cioè, monotipici.
La proprietà privata fraziona l'economia in cellule separate, isolando i produttori. Pertanto l'unica forma di ricomposizione del legame tra i produttori isolati è rappresentata dai rapporti mercantili, dalla produzione di merci e dal loro scambio per mezzo della compra-vendita.
1.3. La doppia natura del produttore semplice di merci
I produttori semplici, artigiani e contadini, sono prima di tutto lavoratori che traggono i mezzi di sostentamento dal proprio lavoro ma, al tempo stesso, sono anche piccoli proprietari. Il loro interesse, piazzare la propria merce nel modo più vantaggioso per sé, confligge con l'uguale e opposto interesse degli acquirenti e degli altri produttori semplici. La concorrenza di mercato genera quindi una differenziazione dei produttori semplici per strati: mentre in piccola parte alcuni diventano capitalisti, la maggior parte, subendo diverse forme di sfruttamento, cade in rovina e si proletarizza. La produzione mercantile semplice genera invariabilmente rapporti capitalistici.
I produttori semplici, come lavoratori che nel complesso subiscono lo sfruttamento, hanno interessi comuni con gli operai salariati.
2. La merce e le sue caratteristiche
L'analisi marxiana dei rapporti capitalistici, nella Prima Sezione del I° Libro de “Il Capitale”, parte dall'analisi della merce e del denaro, in quanto:
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storicamente il capitalismo nasce dall'economia mercantile semplice;
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l'insieme delle merci costituisce la ricchezza della società capitalistica e la merce è la cellula più elementare del complesso organismo dell'economia capitalistica, della quale racchiude in embrione tutte le particolarità e le contraddizioni e dalla quale si sviluppano i rapporti capitalistici;
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nel capitalismo anche la forza lavoro è una merce, il che conferisce ai rapporti mercantili un carattere universale.
Si definisce merce un prodotto del lavoro destinato allo scambio per mezzo di compra-vendita.
La merce presenta innanzitutto un duplice carattere:
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soddisfare un bisogno umano (valore d'uso);
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poter essere scambiata con un'altra merce (valore di scambio).
2.1. Il valore d'uso
Il valore d'uso di un bene è dato dalla sua utilità, cioè dalla capacità di soddisfare un bisogno o come bene di consumo, o come mezzo di produzione.
La produzione è destinata alla creazione di valori d'uso e, se si prescinde dalle forme economiche concrete che i prodotti assumono in date condizioni sociali, si può affermare che la ricchezza sociale è costituita da valori d'uso.
Il valore d'uso non è espressione diretta dei rapporti sociali, ma è comunque storicamente determinato, in quanto il suo ruolo e il suo significato mutano in funzione di questi.
Il prodotto creato dal produttore per sé stesso è un valore d'uso individuale, ma se, in forza della divisione sociale del lavoro, il prodotto viene creato per l'utilizzo da parte di terzi, diversi dal produttore, allora diventa un valore d'uso sociale. Quest'ultimo caso si verifica sempre in condizioni di produzione mercantile; pertanto, in condizioni di produzione mercantile, il processo produttivo crea immancabilmente valori d'uso sociali.
Tuttavia, non tutti i valori d'uso sociali (prodotti) sono merci; lo diventano solo nel momento in cui possiedono la caratteristica della scambiabilità con altre merci.
Dunque, la particolarità storica del valore d'uso della merce consiste nell'essere il vettore del valore di scambio.
2.2. Il valore di scambio e il valore della merce
Il valore di scambio è la proprietà della merce di essere scambiata, in determinate proporzioni, con altre merci.
Due merci possono essere scambiate solo se sono ritenute equivalenti, cioè se hanno oggettivamente qualcosa di intrinsecamente comune a priori rispetto allo scambio; come valori d'uso sono evidentemente diverse, altrimenti lo scambio non avrebbe senso. L'elemento comune che li rende omogenei e scambiabili è il fatto che, per produrli, è stato speso lavoro sociale.
Il lavoro sociale incorporato nella merce ne costituisce il valore, è la sostanza del suo valore. Il valore è quindi l'espressione reificata, materiale, del lavoro sociale dei produttori.
Il valore di scambio, cioè la proporzione in cui una merce si scambia con un'altra, è determinato dal loro valore e costituisce la forma del valore, la sua manifestazione esteriore nell'atto dello scambio.
Non tutte le cose utili, non tutti i valori d'uso, posseggono un valore. Gli oggetti a cui non è stato applicato il lavoro umano non hanno valore nel senso sopra indicato (ad esempio, la terra incolta, l'acqua dei fiumi, i frutti selvatici, ecc.). D'altro lato, il consumo di lavoro umano non è sufficiente di per sé a conferire valore al prodotto (ad esempio, in un economia naturale, i prodotti destinati al consumo del produttore non hanno le proprietà del valore). Il prodotto diventa un valore solo nelle condizioni storicamente determinate della produzione mercantile. Il valore è quindi una categoria storica. Per comprenderlo è necessario analizzare le caratteristiche del lavoro incorporato nella merce.
2.3. Il duplice carattere del lavoro incorporato nella merce. Lavoro concreto e lavoro astratto
Nel processo di lavoro il produttore crea al tempo stesso valore d'uso e valore in quanto il suo lavoro ha un duplice carattere.
Da un lato è lavoro che crea prodotti utili a soddisfare bisogni (lavoro concreto).
Dall'altro lato è una particella del lavoro sociale complessivo, del consumo di forza lavoro umana in generale, indipendentemente dalle sue forme concrete (lavoro astratto).
Il lavoro concreto, nelle sue diverse tipologie, applicato alla materia naturale, crea diversi valori d'uso ma, qualsiasi tipo di lavoro concreto si prenda in esame, esso è anche una particella del lavoro sociale complessivo dell'umanità. Il fatto che le merci abbiano, oltre a un differente valore d'uso, anche un valore intrinseco che le rende comparabili e omogenee, riflette come vi sia anche un qualcosa di comune e omogeneo nel diverso lavoro di diverse persone in condizioni di produzione mercantile: il lavoro sociale in generale, indipendentemente dalle sue forme concrete, è appunto il lavoro astratto, caratteristica peculiare della produzione mercantile che riflette i rapporti tra produttori e pertanto è categoria storicamente determinata. Ben inteso, anche in condizioni di economia naturale vi è sempre stato qualcosa di comune nel lavoro degli individui, ma questo lato sociale del lavoro si manifestava direttamente e non attraverso la comparazione di merci nel processo di scambio. Quando la proprietà privata portò alla frammentazione dei produttori, il carattere sociale del lavoro cessò di essere immediato e divenne nascosto. Da quel momento solo lo scambio avrebbe permesso di stabilire l'utilità sociale del lavoro del singolo produttore e, quindi, il suo essere parte del lavoro sociale complessivo.
Comparando le diverse merci nel processo di scambio si compara il lavoro impiegato per la loro produzione. La valutazione del consumo sociale di lavoro dei produttori in condizioni di proprietà privata avviene attraverso lo scambio e quindi in modo anarchico.
La categoria del lavoro astratto esprime il reale processo oggettivo di equiparazione attraverso lo scambio delle diverse tipologie di lavoro, prescindendo dalle loro forme concrete.
Quanto più sono varie le diverse forme concrete di lavoro, cioè quanto più è estesa la divisione sociale del lavoro, tanto più acquista peso il processo della loro equiparazione e tanto più si sviluppa la categoria del lavoro astratto.
In tal modo, il lavoro astratto è lavoro umano in generale, il cui carattere sociale si manifesta nel processo di scambio mercantile.
Allo stesso modo, il valore è lavoro astratto, cristallizzato nella merce.
Poiché il lavoro astratto è espressione di determinati rapporti di produzione, il valore non è una proprietà in sé della cosa, ma è esso stesso espressione dei rapporti di produzione, cioè di rapporti sociali tra persone.
2.4. La contraddizione tra lavoro privato e lavoro sociale
Poiché la proprietà privata divide i produttori, la produzione di merci diventa un fatto individuale di ciascun singolo produttore. Ma, al tempo stesso, la divisione sociale del lavoro collega tra loro, i singoli produttori, rivelandone l'interdipendenza per mezzo del mercato, attraverso lo scambio e la concorrenza. Da qui scaturisce la profonda contraddizione tra lavoro privato e lavoro sociale.
Nel mercato, in modo selvaggio e anarchico, si realizza la valutazione sociale del lavoro, per cui un valore d'uso che non risponde alla domanda pagante, resta invenduto e il lavoro speso per crearlo non viene riconosciuto come lavoro sociale. In conseguenza di ciò, nel processo di concorrenza, alcuni produttori si arricchiscono, altri si impoveriscono e scompaiono.
La contraddizione tra lavoro privato e lavoro sociale si riflette nella contraddizione tra lavoro concreto e lavoro astratto e la merce, che è unità dialettica di valore d'uso e valore, racchiude in sé la stessa contraddizione antagonistica che è la contraddizione fondamentale della produzione mercantile semplice, destinata ad approfondirsi con il passaggio alla produzione capitalistica.
2.5. La grandezza di valore della merce
La grandezza del valore di una merce è determinata dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla e si misura in tempo di lavoro, cioè:
W = T,
dove W è il valore sociale della merce e T è il tempo di lavoro socialmente necessario.
Poiché i produttori impiegano tempi diversi per produrre merci uguali, tutte le merci hanno valori individuali diversi, ma il valore sociale della merce è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario a produrla.
Il tempo di lavoro socialmente necessario è il tempo mediamente richiesto in una data società per produrre una merce in date condizioni medie di produzione e con un livello medio di capacità e intensità lavorative.
In condizioni di proprietà privata le proporzioni di scambio delle merci vengono regolate in modo selvaggio dal consumo di lavoro socialmente necessario attraverso la concorrenza, per cui risulta vincente chi consuma meno tempo di lavoro per unità di prodotto.
I produttori privati occupano sul mercato posizioni formalmente uguali, in quanto scambiano in base allo stesso valore sociale, ma dietro questa uguaglianza formale si nasconde una sostanziale diseguaglianza; infatti, grandi e piccoli produttori consumano quantità di lavoro differenti a parità di merce, ma le merci vengono scambiate sulla base dello stesso valore.
2.6. Produttività e intensità di lavoro. Lavoro semplice e lavoro complesso
La grandezza di valore varia in funzione della produttività del lavoro, definita come quantità di prodotto per unità di tempo.
Indicando con l la produttività del lavoro, con Q la quantità di prodotto e con T il tempo di lavoro, avremo:
o, il che è lo stesso,
L'aumento della produttività del lavoro determina una diminuzione del valore dell'unità di prodotto.
Infatti,
da cui
dove w è il valore dell'unità di prodotto con l>0 sempre.
La produttività del lavoro deriva da una serie di fattori, quali livello tecnico, tecnologico e scientifico e loro diffusione nella produzione, qualificazione dei lavoratori, grado di infrastrutturazione, concentrazione della produzione, condizioni naturali, ecc..
La produttività è legata al lavoro concreto, in quanto il lavoro astratto, per definizione uguale per intensità e complessità, produce valore costante nell'unità di tempo.
Tab. 2 – Effetto dell'aumento di produttività sul valore di 1 unità di prodotto
Si definisce intensità del lavoro il consumo di forza lavoro per unità di tempo. Una maggiore intensità di lavoro crea, a parità di condizioni, un maggior valore della produzione, mentre il valore per unità di prodotto resta invariato.
Se l'aumento di produzione è dovuto interamente ad una maggiore intensità di lavoro rispetto alla media, il tempo di lavoro resterà nominalmente invariato, ma in termini effettivi aumenterà in uguale misura. Quindi, in questa ipotesi, indicando con j l'intensità di lavoro, avremo, dato un aumento della produzione
un equivalente incremento del tempo di lavoro pari a
e, pertanto, un eguale aumento di valore
L'incremento di valore di un'unità di prodotto
in forza di quanto sopra si può scrivere come
da cui consegue che
Tab. 3 – Effetto dell'aumento di intensità del lavoro sul valore di 1 unità di prodotto
Per concludere, come scrive Marx: “La grandezza del valore di una merce varia, quindi, in modo direttamente proporzionale alla quantità di lavoro e in modo inversamente proporzionale alla produttività del lavoro che in essa si concretizza.”.
3. La forma di valore. La comparsa del denaro
Il valore è una caratteristica sociale della cosa, non rilevabile per mezzo di analisi fisiche o chimiche, che si palesa solo nei rapporti tra produttori durante il processo di scambio.
3.1. Sviluppo della forma di valore. La forma di valore semplice, o singola, o accidentale
Lo scambio, durante il primo stadio di sviluppo, aveva un carattere casuale e saltuario. In condizioni di comunità primitiva, ogni comunità produceva il necessario per il proprio sostentamento e solo in rari casi le comunità intrattenevano scambi tra loro, pertanto il valore delle singole merci si esprimeva in termini di altre merci solo casualmente. La forma di valore semplice (unitaria, o accidenta) è perciò la più elementare forma di valore. Ad esempio:
1 ascia = 1 pecora
In questa eguaglianza una merce esprime il proprio valore in un'altra merce, che è espressione del valore della prima.
La merce che esprime il proprio valore in un'altra merce rappresenta la forma relativa di valore.
La merce che esprime il valore di un'altra merce rappresenta la forma equivalente di valore.
Entrambe le forme sono indissolubilmente legate e rappresentano aspetti contrapposti della stessa espressione di valore, una, quella relativa, con un ruolo attivo, l'altra, quella equivalente, con un ruolo passivo.
La forma relativa di valore esprime innanzitutto l'omogeneità qualitativa delle merci scambiate, cioè il fatto che per produrle sia stato impiegato lavoro sociale, che le rende comparabili. Poiché nessuno scambierebbe alla pari merci che abbiano richiesto una diversa quantità di lavoro sociale, la forma relativa di valore ha sempre una determinatezza quantitativa.
E' il valore d'uso dell'equivalente che esprime il valore dell'altra merce, in quanto non avrebbe senso scambiare valori d'uso uguali. Perciò, il valore di una merce può essere espresso solo nel valore d'uso di un'altra merce. Nello stadio di scambio casuale il ruolo di equivalente non era esercitato da un'unica merce, ma da merci differenti, in modo casuale.
Il lavoro concreto, che produce valori d'uso, diventa quindi la forma con cui, nel processo di scambio, si manifesta il lavoro astratto. Nel nostro esempio, il lavoro concreto dell'allevatore è mezzo di espressione del lavoro umano astratto, incorporato nell'ascia. Le due merci sono frutto di diversi lavori individuali dei due diversi produttori, tuttavia il prodotto del lavoro individuale dell'allevatore ha agito come equivalente nel processo di scambio, cioè direttamente come prodotto di lavoro sociale, “certificando” in tal modo che anche per la produzione dell'ascia è stato impiegato lavoro sociale. Conseguentemente, il lavoro individuale nel processo di scambio incarna il lavoro sociale. Tutte le contraddizioni, insite nella merce e nel lavoro necessario a produrla trovano espressione esteriore nel processo di scambio, nel quale due diverse proprietà della merce e del lavoro si scindono e si collocano su poli opposti: la merce in forma relativa di valore agisce come valore d'uso, prodotto del lavoro concreto e individuale, mentre la merce in forma di equivalente è espressione del valore, del lavoro astratto, dell'oggettivazione del lavoro sociale.
3.2. La forma di valore totale, o sviluppata
Come conseguenza della prima grande divisione sociale del lavoro, il bestiame incominciò ad essere scambiato non più accidentalmente, ma sistematicamente con altre merci. Le altre merci si trovavano per lo più in posizione di equivalenti del bestiame, che agiva prevalentemente come forma di valore relativa. Poiché lo scambio ha ormai un carattere regolare, le merci equivalenti non sono più casuali, ma particolari, ciascuna delle quali viene a rappresentare uno dei possibili equivalenti del bestiame.
Lo scambio assume quindi il seguente aspetto:
1 pecora = 4 sacchi di grano, oppure = 1 ascia, oppure = ecc..
Questa forma di scambio si denomina forma totale, o sviluppata, del valore. Con essa diventa determinante l'importanza della precisione dei rapporti quantitativi tra le merci scambiate, in quanto lo scambio diventa fondamentale per compensare il consumo di lavoro.
3.3. La forma generale di valore
Con la crescita della produzione mercantile, del processo di scambio e della divisione sociale del lavoro, tra tutte le merci si distingue una merce in particolare che diventa equivalente generale di tutte le altre. Di conseguenza, la forma sviluppata di valore si trasforma gradualmente nella forma generale di valore:
Se prima la funzione di equivalente poteva essere svolta da qualsiasi merce, da adesso in poi in ruolo di equivalente generale compete ad una merce soltanto. Il valore di tutte le merci si esprime in un'unica merce, oggettivazione diretta del lavoro sociale, in cambio della quale si può ottenere qualsiasi altra merce. L'equivalente generale possiede quindi la caratteristica di scambiabilità generale. La necessità di un equivalente generale deriva dall'acutizzarsi della contraddizione tra lavoro individuale e lavoro sociale, a sua volta provocato dallo sviluppo selvaggio della produzione mercantile e dello scambio. La comparsa dell'equivalente generale non è frutto di un accordo cosciente tra persone: diventa equivalente generale quel prodotto creato prevalentemente per lo scambio, che maggiormente presenta il carattere di merce. A seconda delle concrete condizioni di produzione, la funzione di equivalente generale è stata svolta da merci diverse: bestiame, pelli e pellicce, conchiglie, ecc..
3.4. La forma di valore in denaro
Con lo sviluppo ulteriore dello scambio e la sua uscita da una dimensione locale, nasce l'esigenza di conferire la funzione di equivalente generale esclusivamente ad una sola merce, che pertanto diventa denaro. Il denaro è la forma definitiva dell'equivalente generale, è una merce particolare, il cui valore d'uso si è stabilmente fuso con la forma equivalente di valore.
Il ruolo di denaro è stato svolto da merci diverse ma, nel corso del processo di sviluppo della produzione, si è gradualmente fissato nell'oro.
Ciò è avvenuto non per presunte qualità soprannaturali di questo metallo. “La natura non crea né denaro, né banchieri”, scriveva Marx. Lo sviluppo dell'artigianato ha comportato una crescita dell'estrazione e della lavorazione dei metalli. La comparsa di moneta metallica è conseguenza della seconda grande divisione sociale del lavoro, cioè della separazione dell'artigianato dall'agricoltura, quando nasce la produzione mercantile. In un primo momento, come denaro metallico, vennero utilizzati il rame, il bronzo, l'argento e solo successivamente l'oro. I metalli nobili, per le loro proprietà naturali (omogeneità, resistenza all'usura, lavorabilità, conservabilità), si rivelarono più adatti degli altri a svolgere la funzione di denaro. Benché l'oro fosse noto all'uomo ben prima di altri metalli (ad esempio, del ferro), è solo nel XIX sec. che gli viene definitivamente conferito il ruolo incontrastato di denaro, quando diventa economico sfruttarne i giacimenti recentemente scoperti e quando il mercato diventa mondiale.
3.5. Valore e prezzo
La comparsa del denaro dà un ulteriore impulso allo sviluppo dello scambio mercantile. Tutte le merci ormai vengono equiparate in denaro, in denaro si esprime il loro valore.
Il prezzo è appunto l'espressione in denaro del valore della merce.
Poiché il valore delle merci si esprime nella loro comparazione durante il processo di scambio, la variazione delle proporzioni di scambio può discostarsi dal movimento reale del valore delle merci. Ciò in quanto le proporzioni di scambio dipendono sia dal valore delle merci in forma relativa di valore, sia dal valore della merce equivalente. La comparsa del prezzo rappresenta quindi un ulteriore sviluppo delle contraddizioni legate a questo fatto.
Con la comparsa del denaro e dei prezzi, sul valore di scambio delle merci incominciano ad influire non solo fattori legati alla singola transazione, ma anche le condizioni generali della produzione e del mercato.
Per effetto della correlazione tra domanda e offerta, il divario tra i prezzi delle merci scambiate e il loro valore assume carattere generalizzato e si manifesta non solo in ogni singolo atto di compra-vendita, ma anche nel mercato delle date merci in generale.
Anche cose prive di valore possono avere un prezzo, quindi è possibile l'esistenza di prezzi che non esprimono valori. Anche questa è un'ulteriore contraddizione dell'economia mercantile.
Comunisti-
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